La lettura di oggi: Scuola tradizionale e scuola on-line

Dal “Corriere dell Sera” un diverso punto di vista rispetto al più diffuso orientamento di questo periodo

Certo è facile per me, dopo 46 anni di insegnamento da cattedre liceali e universitarie, consentire a pieno con il comune, imperioso, diffuso sentire proclamato nelle piazze, dalle televisioni, sui giornali, nei social, sintetizzato nella richiesta del tornare a settembre alla scuola «in presenza», esorcizzando quel maleficio rappresentato dalle lezioni online. Eppure, di fronte ad un simile onnicomprensivo schieramento che va dalle famiglie agli intellettuali, dai sindacati alla classe politica in questo caso senza troppe distinzioni di appartenenza, non può non scattare l’inevitabile meccanismo di reazione in risposta ad un’unanimità che pare escludere dubbi, domande, perplessità, chiarimenti. Intanto, c’è da chiedersi perché, se era così impellente il bisogno di scuola nelle tradizionali modalità, non si è cercato di riaccogliere subito gli scolari senza attendere il trascorrere di tanti mesi. Così come, poi, hanno fatto, con diverse modalità, alcuni degli altri Paesi europei. Tanto più che le regole che saranno date per settembre non mi sembra si discostino da quelle valide per tutte le altre attività: igiene, distanziamento, mascherine. Ma evidentemente, come sempre, alla scuola in Italia è riservato un trattamento residuale, che riguarda edifici, stipendi, organizzazione, e quindi, anche ora, le esigenze della ripresa. E allora bene riaprire subito fabbriche, uffici, laboratori, palestre, piscine, ecc., ma chissà perché non le scuole, secondo le stesse norme che da ultimo saranno poi applicate identiche a settembre. Peraltro, è evidente che l’unanimità di cui sopra raccoglie le assolutamente legittime esigenze dei genitori di assicurarsi una sistemazione per i figli durante le loro ore lavorative; così come l’aspirazione degli insegnanti non strutturati ad una definitiva sistemazione nei ruoli dello Stato, secondo una tradizione di ope legis sempre sostenuta dalle richieste sindacali e dagli interessi elettorali dei politici. Né si può ignorare, a livello psicologico, il legittimo rimpianto degli intellettuali per quanto fatto nella loro vita di insegnanti (che poi è anche il mio caso), a stretto contatto umano con gli studenti.
Tutto giusto, dunque. Tutto ugualmente legittimo, ma di quale scuola stiamo parlando nel momento in cui ne reclamiamo la riapertura? Quella scuola di esperienze sociali gratificanti, di formazione individuale e collettiva, di crescita culturale, di acquisizioni di conoscenze assorbite dal rapporto di riconosciuta autorevolezza verso l’insegnante, così insistentemente evocata in ognuno di questi appelli alla ripresa? O non piuttosto un ritorno, anche se certo condizionato dalle esigenze anti contagio, alla scuola che abbiamo attraversato negli ultimi decenni e tanto criticata da quegli stessi che ora la invocano. Dov’era in questa scuola la crescita individuale e sociale minata dal lassismo e dal pressappochismo? Dov’era il rapporto fecondo di esperienze e conoscenze con una classe di insegnanti privata di ogni autorevolezza e, assai spesso, addirittura minacciata di non attenersi all’unico compito ormai ad essa riconosciuto di custodire il parcheggio degli allievi e garantir loro il «pezzo di carta»? Dov’era l’auspicata trasmissione di un sapere formativo delle coscienze, in grado di unire l’apprendimento delle nozioni indispensabili con la maturazione della personalità ( per non parlare delle delinquenziali forme di bullismo, o addirittura dei collegamenti tra scuola e degrado di quartieri non solo periferici)?
È evidente a tutt’oggi che il ritorno alla scuola «di presenza» ha una dimensione, diciamo così, quantitativa ( i numeri, le misure…) senza alcun tentativo di interventi qualitativi, dominati dal rifiuto, che mi pare di sapore «ideologico», dell’online. E questo è davvero singolare in un tempo dove si guarda ad un futuro di mutamenti in tutti i settori definiti da un utilizzo sempre più marcato degli strumenti innovativi della tecnologia. Fino ad individuare forme di intelligenza artificiale in grado di intuire e ritrasmettere i nostri pensieri; o di sostituire artificialmente parti del nostro corpo; e pure di animare in modo assolutamente realistico personaggi del passato che ci parlano oggi; come anche di proporci modalità inedite di produzione del cibo; fino ad immetterci in un’infinita rete di connessioni che riescano a controllare movimenti e finanche pensieri di tutti noi, ponendoci di fronte a problemi di scelta individuale e collettiva i cui rischi non vanno certo pregiudizialmente negati. Un mondo, dunque, dove – come sempre- ci sarà del positivo e del negativo, dei vantaggi e degli svantaggi, dei guadagni e delle perdite; ma verso il quale stiamo correndo, proclamando ad ogni piè sospinto la necessità di misurarci con un simile futuro, di attrezzare proprio le giovani generazioni ad affrontarlo con consapevolezza culturale ed adeguate strumentazioni tecniche ( quanto sembrano lontane le tradizionali diatribe tra preparazione “umanistica” e capacità “scientifiche”!).

La lettura di oggi: Come potremo tornare al ristorante?

Un articolo del corriere.it, un po’ inquietante per la nostra vita sociale futura, ma senza dubbio con osservazioni che non possono essere ignorate in vista di una possibile riapertura.

Uno studio cinese che sarà pubblicato a luglio in Emerging Infectious Diseases, una rivista pubblicata dai Centers for Disease Control and Prevention (CDC) Usa, mostra in che modo il coronavirus avrebbe infettato alcuni clienti di un ristorante a partire da un solo caso asintomatico, a causa del flusso d’aria del locale.

Il locale

L’analisi, retrospettiva e con alcuni limiti, riguarda un ristorante di Guangzhou, in Cina, e un pranzo avvenuto a gennaio: un commensale infettato dal coronavirus (ma non ancora sintomatico) sembrerebbe aver diffuso la malattia ad altre 9 persone. C’erano altri 73 commensali quel giorno sullo stesso piano del ristorante e loro non si sono ammalati. Nemmeno gli otto camerieri in turno in quel momento. Tutte le persone che sono state contagiate erano allo stesso tavolo della persona infetta o in uno dei due tavoli vicini sulla linea del condizionatore in una stanza senza finestre.

Pranzo dopo viaggio a Wuhan

La storia del pranzo è questa: il 24 gennaio la famiglia denominata “A” andava a pranzo nella città di Guangzhou: era arrivata da Wuhan il giorno precedente, prima che i funzionari cinesi imponessero il blocco alla città focolaio. A pranzo tutti i cinque membri della famiglia A sembravano sani, ma più tardi, una donna di 63 anni ha avuto la febbre e la tosse ed è andata in ospedale dove si è rivelata positiva per il coronavirus. Entro due settimane (dal 24 gennaio al 5 febbraio), altri nove clienti del ristorante di Guangzhou che avevano pranzato sullo stesso piano quel giorno risultarono positivi. Quattro erano parenti della prima donna infetta, potrebbero anche essersi contagiati fuori dal ristorante, ma per gli altri cinque il ristorante sembra essere stato la fonte del virus.

Disposizione dei tavoli

Il tavolo della famiglia A era sul lato ovest della sala da pranzo di 145 mt quadrati, tra i tavoli dove stavano pranzando anche altre due famiglie “B” e “C” (come si vede nel disegno, ndr). La famiglia B e la famiglia A si sono incontrate per un periodo di 53 minuti e tre dei suoi membri (una coppia e la figlia) si sono ammalati. La famiglia C sedeva accanto alla famiglia A nell’altro tavolo lungo lo stesso lato della stanza e ha soggiornato con la famiglia A sovrapponendosi per 73 minuti: due dei suoi membri (una madre e sua figlia) si sono ammalati. I tavoli rotondi distavano 1 metro l’uno dall’altro. Sopra il tavolo della famiglia C c’era uno split di aria condizionata che soffiava in direzione sud, attraversando tutti e tre i tavoli; parte dell’aria condizionata probabilmente rimbalzava contro il muro tornando verso la famiglia C: gli aerosol tenderebbero a seguire il flusso d’aria .

Le catene di contagio

Poiché il coronavirus non si era ancora diffuso ampiamente fuori Wuhan, i funzionari di sanità pubblica cinese sono stati in grado di rintracciare tutti i contatti delle famiglie B e C e determinare che il ristorante era l’unico luogo in cui era probabile si fossero infettati. In base alla tempistica della malattia, sembrerebbe che tutti e 3 i membri della famiglia B siano stati contagiati al ristorante. Lo stesso vale per la famiglia C, anche se i ricercatori non possono escludere che si siano anche sviluppati contagi secondari (in famiglia) a partire da un solo infetto per ciascun nucleo famigliare. Le altre 73 persone presenti sono state messe in quarantena per 14 giorni e non hanno sviluppato sintomi. Lo studio sul campo ha dei limiti. I ricercatori, ad esempio, non hanno eseguito esperimenti per simulare la trasmissione aerea.

Il viaggio delle goccioline

6 campioni prelevati dal condizionatore d’aria (3 dall’uscita e 3 dall’ingresso dell’aria) sono risultati negativi. «Il fattore chiave per l’infezione è stata la direzione del flusso d’aria – hanno scritto comunque gli autori – : le goccioline respiratorie più grandi (> 5 μm), infatti, rimangono nell’aria solo per un breve periodo e viaggiano solo per brevi distanze, generalmente <1 m. Le distanze tra il paziente A1 e le persone agli altri tavoli, in particolare quelle al tavolo C, erano tutte> 1 m. Tuttavia, un forte flusso d’aria dal condizionatore d’aria potrebbe aver propagato le goccioline dal tavolo C al tavolo A, quindi al B e di nuovo al C ( come in figura ). Piccole gocce aerosolizzate (<5 μm) cariche di virus possono rimanere nell’aria e percorrere lunghe distanze, gli aerosol tenderebbero a seguire il flusso d’aria e le concentrazioni inferiori di aerosol a distanze maggiori potrebbero essere state insufficienti a causare infezione in altre parti del ristorante».

La riapertura dei ristoranti

«In ogni caso – scrive il New York Times commentando la ricerca – l’analisi serve per capire quali siano le sfide che i ristoranti dovranno affrontare quando tenteranno di riaprire. I sistemi di ventilazione possono creare schemi complessi di flusso d’aria e mantenere le particelle aerosol virali sospese più a lungo, quindi la distanza minima (2 metri) potrebbe non essere sufficiente per salvaguardare gli avventori». È anche vero che mangiare allo stesso tavolo è un tipo di attività particolarmente “a rischio”: tanto tempo passato vicini, goccioline che possono essere espulse nell’aria respirando e parlando (non solo attraverso tosse e starnuti) e poi, mancanza di mascherine addosso. «Per prevenire la diffusione di COVID-19 nei ristoranti, si consiglia di rafforzare la sorveglianza del monitoraggio della temperatura, aumentare la distanza tra i tavoli e migliorare la ventilazione», concludono gli studiosi cinesi.

Quando potremo – e vorremo – tornare a cenare al ristorante con gli amici????

La lettura di oggi – La Lombardia non è un mondo perfetto

Da “Milano Today” mi piace proporvi il racconto di Luca Viscardi, che è stato  contagiato dal Covid 19 ed è riuscito a sconfiggerlo. Mi ha colpito forse perché essendo lui un animatore radiofonico ed essendolo io stato qualche annetto fa … lo sento vicino.

Coronavirus, l’intervista a Luca Viscardi (Number One) | Il mio calvario con la malattia
„La provincia di Bergamo è una delle zone più colpite dalla pandemia, quella che in Lombardia ha pagato il tributo più alto in termine di vittime. Ed è nel suo capoluogo, dove vive e lavora, che Luca Viscardi, direttore di Radio Number One e una delle più conosciute voci radiofoniche italiane, ha contratto il Covid-19, la terribile malattia respiratoria che scaturisce dal coronavirus.

Finalmente a casa, dopo un lungo calvario durato cinque settimane, racconta la sua esperienza a MilanoToday.

La situazione all’inizio è stata piuttosto curiosa…

“Appena è esplosa l’emergenza, sia a casa sia in ufficio, io sono diventato subito uno di quelli che igienizzavano tutto. Ma non è bastato, perché il 2 marzo ho iniziato ad avere la febbre, il fiato corto e dolori al torace. Nel giro di un paio di giorni ho scoperto che il collega con cui condivido lo studio era risultato positivo. A questo punto, essendo molto spossato e con una serie di sintomi strani, ho iniziato a chiamare tutti i numeri dell’emergenza che ci erano stati comunicati per raccontare i miei sintomi e il fatto di essere stato a contatto con una persona positiva e già ricoverata. Tuttavia, per molti giorni mi sono sentito rispondere la stessa cosa: se sta peggio chiami domani”.

Nessuno le ha fatto fare un tampone?

“No e così, dopo una settimana e una notte in cui il respiro era peggiorato, ho chiamato l’ambulanza e sono stato portato all’Ospedale Papa Giovanni di Bergamo. La casualità di essere stato assegnato lì è forse stata la cosa migliore che potesse capitarmi, perché si tratta di una struttura incredibile, con professionisti in grado di fornire un’assistenza medica di altissimo livello. Era il 9 di marzo, il giorno in cui in Lombardia scoppiava la grande emergenza. L’impatto iniziale con il pronto soccorso dava l’idea di una condizione di guerra: lettini ovunque, decine di persone in attesa di un tampone e i sanitari che operavamo come fossero davvero all’interno di un campo di battaglia. Dopo due giorni al pronto soccorso e il tampone risultato positivo, ho iniziato le cure con un mix di farmaci, compresi quelli per l’hiv. All’inizio non hanno avuto effetto e anzi le mie condizioni sono peggiorate”.

Possiamo dire che lei è un soggetto sano senza altre patologie, giusto?

“Sì, ho 50 anni e non ho mai sofferto di nessuna malattia, non sono un agonista ma ho sempre fatto sport. Ciò nonostante mi sono ammalato seriamente e le prime due settimane in ospedale sono state di buio totale”.

Riusciva a comunicare con la sua famiglia?

“La prima settimana sì, la seconda ha avuto un blackout totale e non riuscivo nemmeno a mandare messaggi con il cellulare. Mia moglie è rimasta comunque in contatto coi medici che anche dal punto di vista della comunicazione quotidiana sono stati fantastici. Tra l’altro c’erano due addetti che giravano in reparto dando supporto a tutte le persone che non avevamo o non riuscivano a utilizzare un telefonino”.

Dal punto di vista umano e medico è stata quindi un’esperienza positiva.

“Assolutamente sì. Abnegazione, attenzione, dedizione che forse mai avrei immaginato. Ma intanto sono arrivato alla seconda settimana senza segni evidenti di miglioramento. Così sono stato messo sotto il casco dell’ossigeno per aiutare i polmoni a respirare e ho iniziato anche la terapia con i farmaci anti-artrite. La combinazione ha avuto un effetto miracoloso e mi sono riacceso. Il corpo ancora non rispondeva ma ho avuto la netta sensazione di essere di nuovo attivo almeno con la testa. Ho passato poi ancora altro tempo a letto senza riuscire a fare nulla, ma alla scadenza della terza settimana sono riuscito a camminare fino al bagno”.

C’è stato un momento in cui ha pensato di non farcela?

“Caratterialmente questa idea non mi ha mai sfiorato. Però a un certo punto mi sono reso conto di avere reazioni inesplorate, anche in senso negativo come l’ansia, di cui non ho mai sofferto, dovuta all’incertezza di non avere prospettive definite; per alcuni giorni ho avuto anche difficoltà nel gestire il tempo che non passava mai. I farmaci mi causavano delle scosse prima di prendere sonno e a un certo punto ho supplicato i medici che mi dessero qualcosa per dormire. Poi c’è stato anche l’effetto claustrofobico del casco dell’ossigeno: la prima notte ho strappato tutto, poi i medici mi hanno detto che era indispensabile per evitare la terapia intensiva e con alcune istruzione è andata meglio”.

Ha iniziato a vedere la luce?

“Sì, e il supporto di molti amici è stato importante. Anche di quelli che non frequentavo da tempo e che mi hanno fatto sentire in tutti i modi possibili il loro calore umano. Mi ha sorpreso perché ho sempre pensato che certi momenti di dolore e sofferenza fossero da vivere in silenzio. Invece l’affetto delle persone, anche della grande famiglia di Radio Number One di cui faccio parte, è indispensabile”.

Come ha gestito la malattia con suo figlio?

“All’inizio non capiva, anche perché abbiamo un rapporto molto stretto, fatto di gioco e di contatto. Scomparire andando in ospedale, dove non mi poteva né vedere né chiamare, all’inizio lo ha preoccupato, anche se mia moglie gli ha spiegato che tutto ciò era una misura di protezione anche nei suoi confronti. Poi, dopo le prime settimane, abbiamo ristabilito dei riti quotidiani con le videochiamate e le cose sono andate meglio. Tutto ciò mi permette però di aprire una parentesi su bambini sospesi anche dalla scuola in questi mesi di pandemia. Sarà un allarme da tenere acceso, vista la mancanza di uniformità con cui è stato gestito il problema. Occorre aprire un dibattito perché i bambini devono anche interagire tra loro e non solo studiare. Quanto tutto sarà finito non potremmo dimenticare la questione scuola e come è stata affrontata”.

Torniamo a lei, dopo cinque settimane finalmente a casa…

“Il giorno in cui abbiamo trattato il mio rilascio (ride, ndr) è stato un momento bellissimo, anche se volevano tenermi ancora un paio di giorni. Alla fine la sensazione è stata fantastica. Ora dal giorno di Pasquetta sono isolato a casa, uso una mascherina con mia moglie e mio figlio”.

Ma è stato fatto un tampone a sua moglie?

“No. Io sono scandalizzato dalla gestione della sanità in Lombardia. Trovo che ci sia una spaccatura netta tra chi gestisce gli ospedali da fuori e le persone che ci lavorano dentro. Questa emergenza conferma l’idea negativa che mi ero già fatto prima, con l’esperienza dei miei genitori, della macchina organizzativa. Mia moglie, per tornare a lei, è stata chiamata e a suo tempo invitata a rimanere a casa fino al 24 marzo, per 14 giorni dopo il mio ricovero, poi nessuno si è fatto più sentire. Io sono stato invece dimesso, dopo un’ultima settimana in un’altra struttura, perché non necessitavo di altre cure e sono in attesa dell’esito dell’ultimo tampone”.

Esiste una questione politica?

“Esiste il rischio che si tratti il tema affrontandolo solo da quel lato. Invece mai come ora abbiamo bisogno di levarci le maglie della nostra squadra e di smettere di essere tifosi. Occorre una riflessione sulle persone e sulla adeguatezza del ruolo”.

Alla fine di questa esperienza cosa ha riportato a casa?

“Il fatto che quando pensiamo che qualcosa sia lontano da noi e non ci possa toccare, non è affatto vero. Il fatto che vivevamo con la convinzione che la Lombardia fosse un mondo perfetto e così non è. In questo senso dovremo fare tutti una bagno di umiltà. Infine l’elemento umano di chi mi ha curato, in quei giorni medici e infermieri sono stati straordinari e noi tutti i malati abbiamo sentito che facevano il tifo per noi”.

Vuole con concludere lasciando un messaggio positivo?

“Io penso che ci aspetti un periodo difficile. Ma ce la faremo solo se capiremo che facciamo tutti parte di un motore che deve ripartire con la spinta di tutti. Senza che ognuno di noi stia ad aspettare che arrivi dall’alto l’aiuto di qualcuno. Sono dell’idea che ognuno dovrà fare la sua parte senza diffondere negatività, pensando che questo passaggio ci porterà a ripensare profondamente a quello che vogliamo per il nostro futuro”.

 

La lettura di oggi: Non è il momento di dire bugie

Un articolo interessante del sempre chiaro Francesco Costa su Il Post di ieri

Questa cosa non è vera. Ma proprio clamorosamente. Decine di migliaia di persone in Italia – e probabilmente di più – lo sanno bene perché è capitato a loro, o a una persona a loro vicina. Ed è doloroso ascoltare una bugia di queste proporzioni da persone di questa responsabilità in un contesto così delicato.

Una volta per tutte: le raccomandazioni del ministero, diffuse con una circolare del 27 febbraio e poi con una del 9 marzo, dicono che devono essere sottoposte a tampone le persone con infezione respiratoria acuta, cioè «insorgenza improvvisa di almeno uno tra i seguenti segni e sintomi: febbre, tosse e difficoltà respiratoria». È chiaramente specificato che il tampone è raccomandato in presenza di questi sintomi indipendentemente dal ricovero ospedaliero («che richieda il ricovero o meno», dice la circolare). Le raccomandazioni dell’OMS, poi, sono «fate i test, fate i test, fate i test». Siamo stati sgridati per questo: ampliare il numero di test è considerato cruciale per contenere l’epidemia e prendere le migliori decisioni sul percorso di uscita da questa crisi.

Eppure in Italia ci sono sicuramente moltissime persone che pur ricadendo nelle categorie indicate dal ministero e dall’OMS – pur trovandosi in situazioni in cui esisteva eccome «l’indicazione a farlo», per usare le parole del professor Villani – non sono state sottoposte al tampone.

Lo dimostrano le testimonianze drammatiche che tutti i mezzi di informazione, tra cui il Post, raccolgono da giorni da decine di medici di base, medici ospedalieri, infermieri e anestesisti in Lombardia; lo dimostrano le migliaia di persone morte in casa o nelle case di riposo con sintomi gravi compatibili con la COVID-19 e mai sottoposte al tampone, nonostante le ripetute richieste rivolte alle autorità sanitarie; lo dimostrano le esperienze di tantissime persone – disponibili ovunque, dai giornali ai social network fino probabilmente al vostro condominio, se vivete in Lombardia – che pur manifestando sintomi importanti e a volte anche convivendo con una persona risultata positiva al coronavirus, non sono mai riuscite a farsi testare. Qui non si parla della questione del tampone alle persone asintomatiche o lievemente sintomatiche: si parla di persone con sintomi acuti – migliaia di queste sono addirittura morte – che non sono mai state testate.

Non è la prima volta che gli italiani sono costretti ad ascoltare questa bugia. La regione Lombardia continua a sostenere di aver «rigorosamente seguito i protocolli che sono stati dettati dall’Istituto Superiore di Sanità», quando in realtà è più facile ottenere una radiografia ai polmoni – che permette ai medici di riconoscere i sintomi della COVID-19 e arrangiarsi di conseguenza – che un tampone. Addirittura in molti casi non si riescono a fare nemmeno i tamponi di controllo, quelli necessari per accertare la guarigione dei pazienti, che intanto aspettano per giorni di tornare alle loro vite. Il molto annunciato aumento del numero di tamponi effettuati in Lombardia ancora non si è visto. Non è solo una questione di correttezza, sia chiaro: le carenze della Lombardia sui test compromettono il contenimento dell’epidemia, e le modalità e i percorsi con cui potremo uscire da questa situazione e tornare alle nostre vite.

Anche il vicedirettore della Protezione Civile, Agostino Miozzo, durante la conferenza stampa di mercoledì della settimana scorsa ha detto che «si fanno i tamponi che il Sistema Sanitario Nazionale ritiene necessario fare sulla base delle indicazioni che ci sono suggerite dalle organizzazioni internazionali». Non è vero.

In Lombardia non si fanno i tamponi che il sistema sanitario ritiene necessario fare, ma quelli che il sistema sanitario riesce a fare, a prescindere dai protocolli: e quindi molti meno di quelli che sarebbe necessario fare se si volessero seguire le indicazioni nazionali e internazionali. In altre regioni si sono visti approcci diversi e grandi miglioramenti su questo fronte: in Lombardia no. Poco dopo Miozzo ha aggiunto, parlando dei tamponi, che «c’è una policy di ricerca dei pazienti soprattutto sintomatici o dei loro contatti stretti». Non è vero neanche questo. Al contrario, la stampa in questi giorni ha ottenuto decine di testimonianze di familiari e conviventi di persone affette da COVID-19 che pur manifestando i sintomi della malattia non sono mai state testate, e a cui le autorità sanitarie hanno dato la sola istruzione di restare a casa come tutti.

Sempre durante la conferenza stampa di ieri, Borrelli ha detto anche un’altra cosa purtroppo non vera:

Sono stati purtroppo proprio i medici e i rianimatori i primi a raccontare dolorosamente che in Lombardia per settimane non ci sono stati posti per tutti in terapia intensiva, e forse solo negli ultimi giorni le cose stanno cominciando a migliorare. Di nuovo, in Lombardia ci sono addirittura migliaia di persone – migliaia di persone – che sono morte in casa: che avrebbero avuto bisogno eccome di soccorsi, eppure non è stato possibile soccorrere. Residenze per anziani che si sono svuotate in pochi giorni e in cui le ambulanze non sono mai arrivate. Pazienti che non è stato possibile curare finché le loro condizioni non si sono deteriorate in modo irreparabile. Non uno o due: tanti. Il comprensibile desiderio di rassicurare la popolazione non può trasformarsi in una licenza a dire cose che non sono vere, peraltro da pulpiti così importanti e ufficiali.

Verrà il momento di discutere di cosa sia andato storto in Lombardia, che è stata travolta dall’epidemia con una forza maggiore che in qualsiasi altro posto d’Italia e forse del mondo. Così come verrà il momento di capire come mai a oltre un mese dall’inizio dell’epidemia non siamo ancora in grado di avere dei dati che permettano di misurare con una qualche affidabilità il numero di persone contagiate e il numero di persone morte. Può darsi che non si potesse fare più di così. Possiamo accettare che, pur avendo tutti le migliori intenzioni, in una situazione così straordinaria questo sia il massimo che fosse possibile fare. Ma allora sarebbe rispettoso e onesto dire questo, e non una bugia.

La lettura di oggi : Che pianeta sarà quello post Covid-19?

Da Wired una riflessione del giornalista Luigi Mastrodonato

L’unica certezza di questi tempi senza certezze, è che il 2020 cambierà per sempre le nostre vite, le nostre abitudini, la nostra quotidianità. Se in molti hanno potuto toccare con mano le tragedie di diversa natura nei decenni scorsi, tra guerrecalamità naturali e quant’altro, per un’ampia fetta della popolazione globale la situazione attuale costituisce invece una novità.
La presa di consapevolezza della malattia, la paura del contagio, le limitazioni estreme delle libertà personali, la solitudine hanno sostituito una vita agiata e spensierata nel migliore dei casi, una vita con preoccupazioni nemmeno paragonabili a quelle attuali nel peggiore. E se questo è quello che stiamo vivendo ora, quando tutto sarà finito il boccone non potrà comunque considerarsi digerito. Le conseguenze della pandemia le sentiremo a lungo e il mondo in cui ci ritroveremo proiettati avrà poco a che fare con quello a cui eravamo stati abituati. Storicamente portati a definire il tempo in un avanti e dopo Cristo, probabilmente ripartiremo ora da una sorta di anno zero, con il Covid-19 a fare da spartiacque delle nostre esistenze.

L’Onu ha lanciato l’allarme su quella che è la crisi sanitaria peggiore con cui ha avuto a che fare nei suoi 75 anni di vita. La caratteristica del Covid-19 in effetti è che, a differenza di altre tragedie, non conosce confini e sta colpendo ogni continente senza distinzioni di sorta. Non esistono più frontiere nel dramma sanitario, o forse il dramma sanitario ci ha ricordato che i confini non sono mai esistiti, che la popolazione globale è sempre e comunque sulla stessa barca, al di là di quelle linee immaginarie disegnate su una cartina. Ecco perché rischiamo di dover contare milioni di morti nei prossimi mesi, perché la tragedia non è circoscrivibile. Una strage collettiva, il rischio che in molti vedranno almeno un conoscente non farcela, ma anche la presa di consapevolezza su cosa sia una pandemia. Staremo più attenti forse, la sottovalutazione del rischio non sarà più, o non lo sarà quanto ora, una prerogativa umana e ogni campanello d’allarme su questa o quella crisi imminente di sicuro avrà una platea di ascoltatori più attenti. Nel dramma del coronavirus, l’umanità avrà compiuto un processo di maturazione e responsabilizzazione. È un fatto positivo, ma è triste che sarà servito tutto questo per arrivarci.

Ci ritroveremo in un mondo diverso. Un mondo dove l’economia sarà al collasso, che dovrà ricostruirsi sulle sue macerie. L’effetto del virus sull’economia italiana sarà più o meno lo stesso dei primi anni Quaranta dicono, quando il paese era sferzato dalla seconda guerra mondiale. È una notizia tragica, ma non bisogna dimenticare che poi ci si è saputi rialzare, con il boom economico. I primi anni saranno comunque difficili, serve uno spirito di resistenza importante. Secondo l’Organizzazione mondiale del lavoro la pandemia provocherà 25 milioni di disoccupati nel mondo – che si aggiungeranno al già ingente esercito di senza lavoro. I programmi per la riduzione della povertà andranno riscritti, in molti casi ci sarà da ricominciare il lavoro da capo e tutto questo andrà fatto in un contesto di crisi economica, dove il welfare farà già di per sè fatica a reggersi in piedi. 

Ma è proprio qui che si dovrà puntare, è questa la lezione che il Covid-19 ci lascerà. Gli investimenti pubblici nel sistema sociale andranno rafforzati, nella crisi si è compreso per esempio l’importanza della sanità pubblica ma anche i danni tremendi che stanno causando i tagli che essa ha subito. Manca personale, mancano gli strumenti, mancano le strutture: non si potranno ripetere errori simili e il sistema andrà rinnovato, senza però stravolgerne la natura. 

Ma nell’anno uno post Covid-19, non bisognerà abbassare la guardia sulla cosa più importante che abbiamo, la democrazia. In questi tempi di pandemia molti diritti sono stati sospesi, la privacy è messa in discussione. La democrazia è, di fatto, in stand-by. Siamo in guerra, ci dicono, e accettiamo che le cose vadano così se questo servirà a salvare vite e ridarci una vita normale. Ma quando tutto sarà finito, sarà fondamentale che le conquiste civili di secoli vengano ripristinate in toto. Il Covid-19 non deve essere per esempio il pretesto per una sorveglianza di massa definitiva, quando l’emergenza che oggi la giustifica non ci sarà.

Sarà un nuovo mondo, quello in cui ci troveremo catapultati. Un modo che dovrà essere abile a ripristinare le certezze del passato, ma anche a non commettere gli errori fatti. Un mondo di persone diventati grandi, più consapevoli, che proprio grazie a questo sapranno meglio affrontare i primi anni difficili che lo caratterizzeranno. La certezza è che non si può più tornare indietro, nulla sarà più come prima. La speranza è che potremmo rendercene conto presto, perchè vorrà dire che sarà ripartita la ricostruzione.

 

La lettura di oggi: Cosa succederà

Un po’ inquietante ma purtroppo molto verosimile. Il vice-direttore de Il Post Francesco Costa ci parla dell’emergenza che ci sta coinvolgendo ogni giorno di più e che, in molti casi, davvero non è una comune influenza. Scritto prima del nuovo decreto che chiude la Lombardia e 14 province (fra cui la mia, Alessandria).

Cosa succederà

Questa cosa non finirà tra quindici giorni. Nemmeno tra due mesi. Non ci sono ragioni razionali per pensare che possa finire presto, nonostante quello che speriamo tutti. Eppure una parte non indifferente del problema è che non sappiamo cosa succederà. Non solo: che non siamo nemmeno in grado di evocare degli scenari possibili.

Proviamoci. Partiamo da cosa stiamo facendo adesso.

Da una parte, bisogna provare a rallentare l’inevitabile allargamento dell’epidemia. Le parole chiave nella frase precedente sono “rallentare”, “inevitabile” e “allargamento”. Il nuovo coronavirus è probabilmente incontenibile, come diventa evidente ogni giorno che passa e come ha spiegato un importante epidemiologo di Harvard: lo prenderemo in tanti (lui dice addirittura tra il 40 e il 70 per cento della popolazione mondiale) e per moltissimi di noi sarà semplicemente un’influenza. Il virus non è stato ancora contenuto davvero nemmeno in Cina, dove sono in vigore da settimane misure di isolamento pesantissime che in larga parte del resto del mondo sarebbe impossibile implementare. Niente ci vieta di sperare in un miracolo, e sarei molto felice di essere smentito, ma credo che possiamo serenamente ammettere che lo scenario più probabile è che il virus continui a propagarsi. Sempre secondo gli esperti, il nuovo coronavirus probabilmente resterà in circolazione per gli anni a venire, unendosi agli altri coronavirus già noti, quelli che ci fanno venire di tanto in tanto la febbre e il raffreddore: noi nel frattempo svilupperemo anticorpi e vaccini, e col passare del tempo saremo quindi sempre meno esposti.

Col passare del tempo, però. Non adesso.

Il fatto che adesso il nuovo coronavirus sia, per l’appunto, nuovo, lo rende molto contagioso, molto più della normale influenza, perché non abbiamo ancora gli anticorpi per difenderci adeguatamente. Il fatto che attualmente non esista un vaccino allarga ulteriormente il numero dei potenziali contagiati, molto più di quanto avviene con la normale influenza. Siamo tutti molto più esposti al contagio. Il fatto che questo virus sia più aggressivo sulle vie respiratorie della normale influenza, infine, produce un rilevante aumento delle persone che richiedono un ricovero. Il rischio, insomma, è che la somma di questi fattori metta sotto enorme pressione gli ospedali, i reparti di rianimazione e terapia intensiva, come sta già accadendo. Le misure che stiamo adottando in Italia e nei paesi con i focolai più grandi non servono a debellare il virus. Quella nave è salpata. Le misure servono a rallentare l’inevitabile allargamento dell’epidemia: a evitare di ammalarci tutti insieme.

Lo stesso identico numero di contagi, spalmato su un periodo di tempo più lungo, evita che molte persone muoiano.

Dall’altra parte, bisogna provare a evitare che la fuga da un guaio, l’epidemia, finisca per creare un guaio altrettanto grosso, cioè il parziale collasso dell’economia. Chiunque tra voi lavori per un’attività commerciale – come imprenditore o come impiegato – sa che razza di settimana è stata la scorsa settimana. Le aziende grandi e piccole stanno perdendo tanti, ma tanti, ma tanti di quei soldi che è molto difficile immaginare possano essere recuperati tutti quando tutto questo finirà. E siccome questo potrebbe impiegare un bel po’ a finire, nel frattempo molti rischiano di andare a gambe all’aria: vale sia per la profumeria sotto casa che per l’industria di componentistica, sia per il libero professionista che per la compagnia aerea. Con tutti i loro dipendenti, collaboratori, fornitori, e le loro famiglie. Certi danni sono riparabili; non tutti.

Siccome siete lettori intelligenti, capite benissimo che non è questione di scegliere tra la propria salute e il vil denaro: si parla in entrambi i casi delle nostre vite. Abbiamo fresco abbastanza il ricordo dell’ultima crisi da ricordarci cosa comporti una grave crisi economica, anche e soprattutto in termini di salute e sofferenze. Di sacrifici, di rinunce, di traumi, di dolori, di disagio, di cure, in certi casi di morte. E quindi in questi giorni viviamo impulsi laceranti, perché la protezione delle nostre stesse vite – intese nel senso più pieno possibile – ci spinge a comportamenti elementari e contraddittori: chiudersi in casa e uscire di casa. Entrambe le cose possono farci bene. Entrambe le cose possono farci male.

Veniamo a noi, quindi. I dati e la realtà ci dicono che i contagi stanno aumentando abbastanza da mettere in difficoltà già adesso gli ospedali, nonostante misure di contenimento che nelle regioni più colpite dal virus sono già molto dure. E parliamo comunque di meno di 2.000 contagiati su sessanta milioni di abitanti. La cosa più plausibile è che questo numero continui a crescere. Auspicabilmente non troppo in fretta, ma al prezzo allora di proseguire le misure restrittive adottate fin qui e anzi probabilmente estenderle alle regioni che oggi non ne sono coinvolte, almeno fin quando non dovessimo riuscire a rafforzare la capacità dei nostri ospedali o sviluppare un vaccino. Ma parliamo di molti mesi.

Dall’altra parte, quelle misure restrittive e la paura delle persone stanno facendo danni non indifferenti all’economia (e cioè alle persone stesse). Altro che “Milano non si ferma”: capisco le buone intenzioni ma Milano si è fermata, come una buona parte delle due regioni economicamente più rilevanti del paese. La città in cui vivo in questi giorni è abbastanza irriconoscibile, come molte altre; e come in mezza Italia sono irriconoscibili gli aeroporti, le stazioni, i treni. Tutte le cose che di solito fanno le persone che di solito li affollano, non stanno avvenendo. Ci sarà un conto da pagare.

In questi giorni siamo tutti epidemiologi e capi della Protezione Civile, e non facciamo altro che discutere di norme e leggi e ordinanze e limiti dei quali non capiamo il senso. Che senso ha riaprire le scuole tra sette o dieci giorni, che senso ha averle chiuse? Cosa sarà cambiato tra una settimana? Perché i bar possono restare aperti ma solo fino alle 18? Perché questo sì e quello no? Perché qui sì e lì no? Il punto è proprio la tensione tra i due obiettivi di cui sopra. Dobbiamo rallentare i contagi ma non dobbiamo fermare l’economia. Dobbiamo essere molto responsabili con i nostri comportamenti, soprattutto se pensiamo di avere dei sintomi, ma non dobbiamo smettere del tutto di uscire di casa, entrare nei negozi, provare un paio di jeans, cercare una nuova tv, comprare un libro. Per quanto non sarà semplice trovare un punto di equilibrio, evidentemente lo troveremo.

Provo a semplificare brutalmente. Una possibilità è che il “desiderio di normalità” di ciascuno di noi – e le comprensibili disperate pressioni di chi tra noi soffrirà di più sul piano economico – ci portino piano piano, un giorno dopo l’altro, a diventare un po’ più fatalisti. A uscire di casa un po’ di più e non un po’ di meno, a prendere quel treno, a non rimandare ulteriormente quella riunione. A capire che non ci si può chiudere in casa per sei mesi e decidere quindi di correre qualche rischio, ogni giorno qualcuno in più. Ad allentare le maglie delle misure di sicurezza ufficiali e ufficiose: quelle dettate dall’alto e quelle che ciascuno di noi detta a se stesso. Il tutto a costo di far accelerare il ritmo dei contagi e tollerare quindi, per quanto dolorosamente, un numero di ammalati e quindi anche di morti più alto dell’attuale.

Un’altra possibilità è che diventi questa, la nuova normalità. Uscire il meno possibile. Viaggiare il meno possibile. Riunirsi il meno possibile. Rischiare il meno possibile. Il tutto a costo di tollerare l’atrofizzarsi delle nostre vite e quindi, pur di salvarle, anche le dolorose conseguenze che ne arriveranno. I locali chiuderanno. Le attività già in qualche difficoltà dichiareranno fallimento. Molte persone saranno licenziate. Molte persone saranno disperate e arrabbiate, con le conseguenze che possiamo immaginare.

Sono entrambi scenari pessimisti, lo so. Ma sono entrambi plausibili. Il punto di equilibrio che troveremo si posizionerà da qualche parte in questo spettro. In qualche modo, scopriremo chi siamo: ognuno di noi e tutti insieme.

La letture di oggi – L’Ospedale di Crema

Un’interessante intervista di Selvaggia Lucarelli, su “Il fatto quotidiano”, a un medico dell’Ospedale di Crema. La trovo un po’ inquietante ma da leggersi, soprattutto per noi di Tortona (scusate il riferimento locale), visto quello che sta accadendo all’ Ospedale di tale città, che sarà dedicato interamente ai malati di Covid-19.

Oggi Il Fatto apre con questa mia intervista a un medico dell’ospedale di Crema che racconta molte cose interessanti, dall’aggressività di questo virus nel pazienti giovani (loro hanno anestetista e infermiera in terapia intensiva) al come, secondo lui, la politica abbia deciso di creare una cintura di protezione intorno a Milano per trasformare alcune città come Crema in lazzaretti.
Leggetela, forse non è rassicurante, ma è preziosa.

“Ieri ho lavorato dalle 7 del mattino all’una e mezzo di notte. Oggi sono riuscito a vedere qualche ora la mia famiglia”.

Attilio Galmozzi, medico presso l’ospedale di Crema (ospedale che l’assessore regionale Gallera ha definito “centro specializzato per il Coronavirus), è piuttosto scettico riguardo le scelte della Regione Lombardia. “Non capisco come questo possa essere un ospedale specializzato quando abbiamo sette posti in terapia intensiva più un ottavo d’emergenza. Abbiamo sei macchine per la ventilazione non invasiva. Soprattutto, in questo ospedale non c’è un infettivologo, l’ultimo se ne è andato due anni fa”.

E allora come mai la Regione ha scelto l’ospedale di Crema?
Guardi io e i miei colleghi l’avevamo capito da un pezzo che sarebbe finita così, che eravamo i predestinati, soprattutto quando hanno chiuso l’accesso alle ambulanze a Cremona e Lodi e i pazienti con problemi respiratori arrivavano tutti qui”.

Una scelta precisa, dunque?
Noi saremo il grande lazzaretto. E infatti abbiamo già un anestesista di 51 anni ventilato in rianimazione e un’infermiera del pronto soccorso, una delle nostre colonne, anche lei giovane, ha soli 44 anni, intubata.

Quindi avete pazienti giovani.
Assolutamente sì. Stiamo vedendo quadri clinici che io avevo visto solo nei libri di testo, forse nelle foto dei sintomi da Sars. Per il paziente diabetico, cardiopatico, bronchitico cronico, magari molto anziano se arriva addosso un virus così è chiaro che è il massimo della sfiga. Ma ci sono giovani in ottima salute che si ritrovano con problemi respiratori serissimi non gestibili a domicilio. E qui tornala questione iniziale: se arriva un paziente complicato e io non ho un ventilatore che faccio?

Perché proprio Crema sarà il grande lazzaretto, come dice lei?
L’impressione è che stiano creando una cintura intorno a Milano per proteggere la città che è il cuore economico e politico della regione, si sono detti “tanto lì il territorio è già contaminato”. Ma non si illudano che il virus non arriverà ovunque. Le attività economiche, le scuole riapriranno e da Crema la gente tornerà a Milano, ci migliaia di pendolari. C’è un problema globale e stanno pensando di risolverlo con un isolamento locale in una città di 35 000 abitanti, con un ospedale che ha 380 posti letto e non riuscirà a reggere. Io abito tra Crema e Lodi, sentiamo un andirivieni di ambulanze che ormai mio figlio mi dice “Senti papà, un’altra!”.

Quanti sono i medici lì?
Col primario siamo 13. In questo momento abbiamo 98 persone al pronto soccorso. Al San Raffaele di Milano sa quante ce ne sono ora? 47.

Altri problemi?
Oggi dopo aver passato giorno a fare tamponi nell’area infetta, mi hanno messo all’unità di osservazione breve intensiva. Mi sono ritrovato con pazienti col coronavirus ma magari malati anche di Alzheimer non accompagnati da nessuno perché la moglie è a casa malata, senza figli, senza documenti… è una situazione difficile da gestire su più fronti.

Lei come sta?
Io ho avuto la febbre per due notti 3 o 4 settimane fa, ora sto bene e quindi non ho fatto il tampone, come da ordinanza.
Le mascherine e il materiale per proteggervi li avete?
Sì, abbiamo subito perfino dei furti, nel caos di venerdì sono spariti un paio di scatoloni di mascherine col filtro e chirurgiche. Abbiamo delle divise di ricambio, la lavanderia lavora 24 ore su 24, ormai metto anche le divise XS da donna, tanto sono magro.

Cosa sarebbe servito secondo lei per evitare questo caos negli ospedali?
Serviva una centrale operativa regionale che fin da subito agisse. Consideri che qui il primo paziente con problemi respiratori è arrivato il 17, in un momento ben ben lontano dal panico dei giorni dopo. Il tampone (positivo) l’ha fatto successivamente infatti.

Come va il morale del personale?
Sabato pomeriggio il nostro primario che è lì giorno e notte, fa i miracoli, a un certo punto nella tensione, mentre si decideva chi avrebbe fatto cosa, è scoppiato a piangere come un bambino. Gli abbiamo detto non crollare, “se crolli tu crolla il sistema”. Sente il peso della responsabilità, come non capirlo.

Avete tutti una grande responsabilità.
Siamo una grande squadra, formata soprattutto da donne. Tra di noi si stanno saldando anche rapporti che prima magari erano non facili. Speriamo solo di non ammalarci, sono in corso sette tamponi, e moltissimi tra il personale amministrativo.

Il caso più serio tra i pazienti?
Un uomo di 57 anni che è entrato qui brillantissimo. Uno sportivo, persona distinta, che hanno intubato ieri, c’è stata un’evoluzione rapida del virus. Sembra uno scherzo, ma in compenso un signore di 98 anni con una tac che fa paura, non richiede neppure l’ossigenoterapia, i suoi parametri vitali sono normali. Cammina con le sue ciabattine, vuole tornare a casa dalla moglie. E’ una malattia imprevedibile.

Previsioni?
Se riapriamo tutti i luoghi di aggregazione a breve sarà un disastro. Sono per il modello Wuhan, con degli adattamenti.

All’ospedale di Crema le polmoniti sospette quando sono iniziate?
La polmonite in queste zone gira già da dicembre /gennaio. Quest’anno c’è stato un picco di polmoniti nei giovani, a gennaio ho visto un giovane trasportatore di una società che gestisce il trasporto pubblico con una polmonite bilaterale, ovvio che col senno di poi penso che potesse essere Coronavirus. Chissà quanti ne abbiamo mandati a casa con una pacca sulla spalla dicendo: hai un’influenza mettiti a letto, bevi e riposati.

Quindi queste polmoniti da Coronavirus nei giovani sono molto aggressive.
Noi solitamente la polmonite così la vedevamo in pazienti selezionati, nel paziente molto anziano, in chi soffre di bronchite cronica, nel paziente oncologico che fa chemioterapia e ha un sistema immunitario compromesso. Ora addirittura distinguiamo la polmonite interstiziale con la radiografia standard, che di solito trova quel tipo di polmonite con molta fatica. La tac del torace è più accurata, ma già dalla radiografia vediamo dei quadri così chiari che potremmo anche non farla. Ci troviamo davanti a queste radiografie con addensamenti e il classico quadro di rinforzo interstiziale di fronte alle quali anche i radiologi di 50 anni sono perplessi.

Sul fatto che non sia una semplice influenza ha ragione il professor Burioni quindi?
Senta, sono dieci anni che sono in pronto soccorso e io di complicanze da influenza stagionale così non ne ho mai viste. Mi spiace, ma chi dice che questa è una normale influenza dice palle.

(dalla giornata di ieri, dunque 24 ore dopo aver realizzato questa intervista, ai medici degli ospedali destinati a gestire l’emergenza Coronavirus è stato chiesto di non rilasciare dichiarazioni)

La lettura di oggi – Il razzismo e i suoi confini

Un interessante punto di vista di Ernesto Galli della Loggia, dal Corriere della Sera del 10 gennaio scorso.

L’alternativa non è tra il razzismo e l’accoglienza. Quando si tratta di rapporti con l’«altro», con chi percepiamo come diverso perché estraneo alla collettività umana cui noi apparteniamo, l’alternativa non è tra il rifiuto aggressivo intessuto di uno sprezzante senso di superiorità da un lato, e dall’altro la disponibilità più aperta, amichevole e ospitale. C’è una terza posizione, che è poi quella istintivamente adottata dalla grande maggioranza degli esseri umani.

Ce la indica un grande antropologo, forse il più grande del Novecento, Claude Lévi-Strauss — è necessario aggiungere che difficilmente lo si sarebbe potuto definire un conservatore? — in un suo testo poco noto (De près et de loin, Odile Jacob, 1988) contenente parole di straordinaria attualità che meritano di essere conosciute e meditate. Specialmente in un momento come l’attuale in cui nella società italiana le tensioni di vario genere causate dall’immigrazione stanno accendendo intorno a questi temi un aspro dibattito pubblico nel quale si sprecano le accuse e le strumentalizzazioni politiche.

Per Lévi-Strauss il razzismo è «l’ostilità attiva» di una cultura verso un’altra, volta a «distruggerla o semplicemente ad opprimerla» sulla base di una presunta gerarchia qualitativa dei rispettivi patrimoni genetici. Questo è il razzismo: che, come è ovvio, si accompagna inevitabilmente alla negazione all’altro degli stessi diritti di cui godiamo noi.

Invece, aggiunge subito dopo Lévi-Strauss, «che delle culture, pur rispettandosi possano sentire maggiori o minori affinità le une per le altre, questa è una situazione di fatto che è sempre esistita. È un dato normale dei comportamenti umani». E fa un esempio che lo riguarda personalmente: se in metropolitana gli capita d’incontrare dei giapponesi, verso la cui cultura egli è attratto, gli viene naturale un moto di simpatia e d’interesse, e il fatto si produce, ammette senza problemi, sulla base della loro semplice apparenza fisica, del loro puro modo di comportarsi nonché della conoscenza della loro lingua. «Nella vita quotidiana, conclude, tutti ci comportiamo così per situare uno sconosciuto sulla carta geografica. (.…) Sarebbe davvero il culmine dell’ipocrisia pretendere di vietare questo genere di approssimazione»:(…) «denunciarla come razzista rischia solo di fare il gioco del nemico dal momento che molte persone ingenue si diranno: se questo è razzismo, ebbene io allora sono razzista».

Dunque non volere avere troppo a che fare con i nigeriani, dico per dire, a causa del loro modo di fare, o sentirsi infastiditi dall’odore del cibo cucinato dai bengalesi, o trovare sgradevole l’idea di avere dei vicini di casa rom, non ha niente a che fare con il razzismo. È un’altra cosa. Così come è un’altra cosa preoccuparsi del fatto che la presenza di una cultura diversa dalla propria raggiunga proporzioni tali da rendere la nostra minoritaria. Una tale preoccupazione diventa razzismo non già quando in base ad essa si chiedono all’autorità misure per evitare che si crei la condizione suddetta (chiedendo di porre dei limiti all’immigrazione, ad esempio), bensì quando s’invocano misure a qualunque titolo discriminatorie nei confronti di chi è già tra di noi. O, come accade più spesso, quando con atti o con parole ci si comporta verso chi non condivide la nostra cultura in un modo che ci guarderemmo bene da adoperare con coloro che invece la condividono.

Le culture sono una cosa complicata e da maneggiare con cura. Per una ragione evidente: perché contribuiscono in misura decisiva a costituire l’identità di ognuno di noi, a farci essere e a farci sentire ciò che siamo, spesso al di là della nostra stessa consapevolezza. Se si è nati in questa parte del mondo, ad esempio, può capitare di essere un ateo a diciotto carati, infatti, perfino un mangiapreti, ma nel momento in cui si vede la cattedrale di Notre-Dame andare a fuoco, avvertire comunque un sentimento misterioso di tristezza e di angoscia, di perdita di qualcosa che ci riguarda profondamente.

Proprio per questo la politica è sempre tentata di sfruttare, esasperandolo, il dato culturale-identitario, dal momento che essa vede in ciò la possibilità di fare appello alla nostra parte meno razionale, di sollecitare le nostre reazioni più immediate e magari sconsiderate. È questa la strada che in Italia troppo spesso imbocca una parte della destra quando esaspera gli animi e più o meno intenzionalmente favorisce comportamenti che mirano a negare o violare i diritti altrui, siano questi emigrati, rom, o chiunque altro. Al che però si risponde spesso dall’altra parte, dalla sinistra, in modo altrettanto esasperato e contrario, opponendo ai «bassi istinti» gli «alti principi», alla febbre identitaria un algido idealismo che affida tutta la sua capacità di convinzione alla forza del tabù che per ogni persona civilizzata rappresenta l’accusa di razzismo. Ma applicare sconsideratamente il termine razzismo , come non manca di sottolineare esplicitamente Lévi-Strauss, significa solo banalizzare il concetto, svuotarlo del suo contenuto. E così rischiare di condurre alla fine a un risultato opposto a quello desiderato.

 

La lettura di oggi – Gli immigrati in Italia: che cosa dicono i numeri

Un bell’articolo di Ferruccio De Bortoli sul Corriere di inizio anno. Sono convinto che questi articoli servano a poco… i rancorosi e fanatici del Capitone o non li leggono oppure li commentano con “le bugie dei sinistrati”, “la solita zecca”, “è un pidiota”, “buonista del caxxo”, ecc..  In ogni caso lo suggerisco… non si sa mai. Tentar non nuoce. (grazie a Saverio per la segnalazione).

Le immagini dei primi nati dell’anno sono commoventi. I neonati, in un Paese che invecchia, sono ancora più i benvenuti. Il primo nato a Torino è stato Hadega; a Brescia Youssef; in Calabria Harshita; in Liguria Daniel; in Friuli Venezia Giulia Amar; in Sicilia Mohammed; in Puglia Iuliana. Che cos’hanno in comune questi bimbi? Sono tutti figli di immigrati. L’Italia è il loro Paese. L’Unicef ha stimato per il giorno di Capodanno la nascita in Italia di oltre mille e duecento bimbi. Speriamo siano stati di più. Comunque uno ogni 39 cinesi. Questo articolo presumo non piacerà. Forse, alla fine, nemmeno al suo autore. Perché anche chi scrive vorrebbe non vivere la contraddizione italiana di temere l’immigrazione, specie se disordinata, e, nello stesso tempo, di averne razionalmente bisogno. E, dunque, rimuove il pensiero. Una sorta di tabù inconfessabile. Uno sdoppiamento consapevole della nostra personalità di cittadini. Aperti e disponibili verso lavoratori immigrati operosi, badanti e collaboratori domestici. Insostituibili, preziosi. Gli immigrati di cui conosciamo utilità e impegno sono i benvenuti. A loro concederemmo volentieri la cittadinanza, salvo opporci fermamente alla sola idea appena il discorso si sposta sul piano generale. Ma gli altri immigrati, indistinti, sconosciuti, che vediamo nelle strade e nelle piazze, non sono i benvenuti. Al di là dei buoni sentimenti e dello spirito solidale di cui è ricco per fortuna il Paese.

Scoprire di essere minoranza italiana nel vagone della metropolitana di una nostra città può suscitare un senso incontrollabile di estraneità. Normale. Lo scacciamo per buona educazione. La stragrande maggioranza degli imprenditori apprezza il lavoro degli immigrati che impiega. Sa che non potrebbe farne a meno. Ma nello stesso tempo non è raro vedere molti industriali o commercianti applaudire ai porti chiusi — che mai peraltro lo sono stati — e alla politica delle frontiere sigillate, alla Orbán. La porta serrata in faccia agli altri. Quelli che non si conoscono. Ma i propri bravi collaboratori sono lombardi, veneti, pugliesi, ormai da sempre.

Il ritardo costante e la mancata programmazione del decreto flussi (ultimo nell’aprile scorso) non facilitano il reperimento di manodopera. E giustamente chi ha un’azienda, e non riesce a coprire i profili lavorativi di cui ha bisogno, ne sollecita l’allargamento delle maglie. I nostri connazionali che si lamentano, a torto, del lavoro loro sottratto mai si adatterebbero a mansioni riservate ormai solo agli immigrati. Un apprezzato imprenditore marchigiano dell’agroalimentare Giovanni Fileni («Scegli il bio», recita lo spot) confessa che senza immigrati avrebbe già chiuso. Sono rari i suoi conterranei che accettano di lavorare in un pollaio, seppure biologico. L’amministratore delegato della Fincantieri, Giuseppe Bono, ha spiegato che nei prossimi due o tre anni avrà bisogno di almeno 6 mila lavoratori, operai, tecnici, saldatori, ma non sa dove trovarli. In Italia il numero delle (dei) badanti, è ormai superiore al milione. Quasi il doppio dei dipendenti del sistema sanitario nazionale. Se si fermassero tutti insieme tante famiglie sarebbero alla paralisi, nella disperazione.

L’Istat ha appena aggiornato i dati sulla popolazione italiana. O non li leggiamo oppure ci siamo già fatalmente rassegnati al declino. A cominciare da coloro che invocano «prima gli italiani», che sono sempre di meno. Al primo gennaio del 2019 eravamo residenti in 60 milioni 359 mila 546. In un anno 124 mila in meno. Ma il saldo naturale (vivi e morti) è ancora peggiore. Nel 2018 era negativo per 193 mila 386 unità. I nati vivi nel 2018 (439 mila 747) sono al minimo dall’Unità d’Italia. Il tasso di fecondità è 1,32 per donna. Dovrebbe essere superiore a 2 per garantire la stabilità della popolazione. «Ultimi gli italiani», senza volerlo. Questo è lo slogan vero.

La popolazione straniera residente era pari, alla fine del 2018, sempre secondo i dati Istat, a 5 milioni 255 mila 503 unità, l’8,7 per cento del totale con un incremento di 111 mila unità, senza tenere conto ovviamente degli irregolari. La Svizzera è al 25 per cento; la Germania all’11,7. Siamo all’undicesimo posto in Europa per presenza di immigrati. Nel 2018 i nuovi permessi di soggiorno rilasciati ai cittadini non comunitari sono stati 242 mila, il 7,9 per cento in meno rispetto a un anno prima. Il sollievo di meno sbarchi, meno arrivi per la prima volta dall’Africa — di cui si è parlato tanto in questi giorni — è compensato dalla constatazione, più amara e silenziosa, che l’Italia come terra di emigrazione non sia più così tanto attrattiva. Perché non cresce. E, infatti, aumentano dell’1,9 per cento i nostri connazionali che si trasferiscono all’estero in cerca di un lavoro. In realtà sono molti di più perché le statistiche registrano solo le cancellazioni all’anagrafe. Oltre il 65 per cento dei nuovi permessi a immigrati è andato a persone con meno di 30 anni. Mentre i nostri giovani — l’emergenza emigrazione di cui non ci occupiamo — soprattutto laureati e in particolare dal Sud se ne vanno in massa. Il saldo migratorio, da anni ormai, non compensa la negatività del saldo naturale. Fa peggio di noi, in Europa, solo la Romania che è un Paese a fortissima emigrazione. Insomma, non c’è una invasione, semmai una lenta inesorabile evacuazione.

Qualche riflessione in più, pacata e non strumentale, sul tema dell’immigrazione (la necessità di avere manodopera di qualità, programmando gli arrivi) e dell’emigrazione, soprattutto dei nostri giovani laureati, guardando al futuro del Paese, al suo benessere reale, sarebbe opportuna. Vivere di slogan, false percezioni e pregiudizi, è il modo migliore per invecchiare ciecamente, impoverendosi nel rancore, lasciando in eredità non solo debiti ma anche l’incapacità di capire l’evoluzione futura del Paese. Una società multietnica è inevitabile. Bisogna solo scegliere se governarla o semplicemente subirla.

 

La lettura di oggi – Jane Fonda sottobraccio a Greta Thunberg

Jane Fonda, 82 anni appena compiuti (in carcere), direi che ha le idee chiare. Vi propongo un suo articolo pubblicato sul New York Times e, in Italia, da La Repubblica (traduzione di Anna Bissanti).

Che io creda nel potere della protesta non dovrebbe sorprendere nessuno. È per questo che mi sono trasferita a Washington per dare il via ai Fire Drill Fridays, i venerdì di protesta, insieme a milioni di giovani che dall’autunno scorso hanno iniziato a manifestare in tutto il mondo. Tutti noi dobbiamo fare i conti con una dura realtà: il Pianeta si sta avvicinando a un punto di non ritorno, oltre il quale la distruzione degli ecosistemi sarà fuori controllo. Gli scienziati l’hanno detto chiaramente: ci restano meno di undici anni per dimezzare le emissioni, e altri venti per portarle allo zero e stabilizzare così l’aumento delle temperature entro la fine del secolo, onorando quanto previsto dagli Accordi di Parigi. L’estate scorsa – mentre gli incendi portavano devastazione in California e mentre i giovani come Greta Thunberg rammentavano a noi tutti con grande forza e determinazione che siamo l’ultima generazione in grado di impedire una catastrofe inammissibile – ho deciso che per me era arrivato il momento di fare di più. Sono molte le cose che possiamo fare. Possiamo unirci alle proteste, impegnarci nella disobbedienza civile e rischiare l’arresto. Ma dobbiamo anche vedere questo periodo politico decisivo e unico per quello che è. Benché gli scienziati siano concordi nel ritenere che viviamo un’emergenza climatica che esige un radicale cambiamento economico e sociale, il governo degli Stati Uniti non fa niente. Sia chiara una cosa: non è l’opinione pubblica americana a non voler porre fine alle guerre per il petrolio. Non è l’opinione pubblica a non volere un clima stabile, la tutela degli oceani, la salvaguardia di acqua e aria.

No. Diciamolo esplicitamente: il settore dei combustibili fossili da decenni sta dirottando il nostro sistema politico. Il Center for Responsive Politics ha documentato che nel 2018 e nel 2019 il solo settore petrolifero e del gas ha speso circa 218 milioni di dollari per esercitare pressioni lobbistiche. Oltre a ciò, gli interessi di questi settori hanno fatto sì che ai candidati al Senato e alla Camera e ai comitati di partito impegnati nel ciclo elettorale del 2020 arrivassero finanziamenti per circa 27 milioni di dollari. In pratica, gli interessi dei combustibili fossili stanno sovvertendo la nostra democrazia. Solo l’anno scorso, gli Stati Uniti hanno patito incendi, alluvioni e il mese più caldo di cui si abbia notizia, fenomeni provocati, almeno in parte, dal cambiamento del clima.

Quale è stata la reazione del presidente Trump? Ritirare gli Stati Uniti dagli Accordi di Parigi e abrogare 85 provvedimenti a tutela dell’ambiente. Di questo, però, non si dovrebbe stupire nessuno: dopo tutto, una volta non ha definito il cambiamento del clima “una bufala”? Anche il capo della maggioranza al Senato, Mitch McConnell, sta ostacolando gli sforzi per affrontare e risolvere la crisi del cambiamento climatico. Siamo arrivati a un punto di questa battaglia in cui l’unico modo per andare avanti è mobilitarsi ed eleggere politici che non agiscano in maniera difforme rispetto al loro mandato. Dobbiamo sconfiggere lo strapotere dell’industria petrolifera ed eleggere paladini dell’ambiente.

Vincere le elezioni: solo così riusciremo a dar vita a un’economia più giusta ed equa. Così potremo garantire alle prossime generazioni un Pianeta abitabile. Così potremo tutelare le terre e le specie che le abitano. La buona notizia è che sempre più elettori comprendono quanto sia indifferibile la sfida. Due terzi degli americani dicono che il governo sta facendo troppo poco per limitare le conseguenze del cambiamento del clima, tra cui un 90% di democratici e un 39% di repubblicani, secondo un sondaggio del Pew Research Center. Non dobbiamo votare candidati che accettano soldi dal settore dei combustibili fossili.

Greenpeace sta redigendo una graduatoria dei candidati sulla base del loro sostegno al Green New Deal e all’interruzione delle operazioni di estrazione dei combustibili fossili. Per mezzo del programma Change for Climate 2020, la League of Conservation Voters sta monitorando le dichiarazioni dei candidati in tema di cambiamento del clima. Il comitato politico del gruppo l’LCV Victory Fund, sta incrementando le sue campagne negli Stati indecisi. Ho visto nei dettagli questa strategia e vi assicuro che potremo vincere la battaglia contro il cambiamento del clima. Un giorno saremo chiamati a rispondere alla domanda: “Che cosa ho fatto, quando c’era ancora tempo, per proteggere il Pianeta e le specie che all’epoca lo abitavano?”. Dentro di me c’è ancora molta voglia di lottare. Il 4 novembre 2020, all’indomani delle elezioni, non voglio guardarmi indietro e chiedermi cosa avrei potuto fare di più.