Consigli di serie – Il giovane Wallander

Pare che il Commissario Wallander sia un personaggio molto conosciuto cui sono state già dedicate diverse serie tv, ispirate ai romanzi di  Henning Mankell (1948-2015), uno dei più grandi autori scandinavi di libri crime.  Io confesso che non lo conoscevo assolutamente. Ora su Netflix è apparsa la prima stagione di “Il giovane Wallander“, un po’ come in Italia è stato realizzato “Il giovane Montalbano”.  Per essere un prequel  questa serie avrebbe dovuto quindi essere ambientata in una Svezia degli anni ’70, ma per scelta degli autori si svolge invece ai giorni nostri, in una Svezia moderna., cosa che evidentemente ha spiazzato i fan storici. Nel mio caso, essendo totalmente all’oscuro, non ci ho fatto caso più di tanto. Wallander è interpretato da  Adam Pålsson. La storia è ambientata a Malmö e Kurt Wallander indaga su un efferato crimine d’odio che provoca disordini sociali avvenuto proprio nel difficile quartiere in cui abita e dove nessuno, fino a quel momento, sapeva che fosse un poliziotto. Nonostante non sia perfetta, ho trovato la serie avvincente e ben interpretata, con qualche lentezza evitabile, ma con potenzialità di crescere in futuro, se Netflix deciderà di produrre una seconda stagione. Io spero di sì, anche perché la vicenda ha ancora molti lati da sviluppare.  Sei episodi di circa 50 minuti ciascuno. Da vedersi in un week-end. Enjoy.

I consigli di chi l’ha vissuto

Quando io e mia moglie eravamo in ospedale per il covid, mi sono detto: ‘Ho 63 anni, il diabete di tipo 2, mi è stato messo uno stent al cuore, non sono proprio il candidato ideale. Ho avuto dolori paralizzanti, ero sempre affaticato e non riuscivo a concentrarmi su niente per più di 12 minuti.

Mia moglie ha perso il senso del gusto e dell’olfatto, aveva una forte nausea, e una febbre molto più alta della mia. Il nostro disagio a causa del virus è durato praticamente due settimane, abbiamo avuto reazioni molto diverse, ed è stato strano.

Ci sono davvero solo tre cose che tutti dobbiamo fare: indossare una mascherina, mantenere il distanziamento sociale, lavarsi le mani.
So che a livello sociale questo è stato politicizzato, ma non capisco. Non capisco come si possa abbassare lo sguardo e dire: ‘Non voglio fare la mia parte’.”

Tom Hanks

Capito, per favore?

Fossi ricco

Vi ho già parlato di lui qualche tempo fa ma mi fa piacere segnalarvelo di nuovo. Si chiama Nicolò Protto, in arte solo Protto, ed è un cantautore, oltre che ottimo musicista. E’ da qualche giorno disponibile la sua ultima “fatica”; un brano di cui è autore sia della musica che del testo, che si intitola “Fossi Ricco“. Nicolò poco tempo fa è stato tra gli ospiti del Premio Bindi 2020 dove ha riscosso un vero successo.
Fossi ricco mi piace davvero e spero possa piacere anche a voi!

“Fossi ricco” è un singolo di PROTTO (Transeuropa Recordings, 2020).
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Riprese, montaggio e regia di Andrea Sproccati ed Edoardo Puglis
Soggetto di Nicolò Protto, Andrea Sproccati ed Edoardo Puglisi

Parole e musica di Nicolò Protto
Arrangiato e prodotto da PROTTO e Fabrizio Cit Chiapello
Registrato e mixato presso Transeuropa Recordings Studio (Torino)
Mastering di Claudio Giussani (Energy Mastering)

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La lettura di oggi – Immuni serve ancora

Da “Il Post” un articolo importante

Negli ultimi giorni i proprietari dei modelli più recenti di iPhone hanno ricevuto una notifica per aggiornare i loro telefoni, portandoli alla versione 13.7 di iOS, il loro sistema operativo. Nelle informazioni per l’aggiornamento c’è scritto che la nuova versione “ti consente di attivare il sistema di notifiche di esposizione al COVID-19 senza la necessità di scaricare un’app”. Il messaggio ha portato a qualche confusione e ha indotto alcuni utenti a pensare che non sia più necessaria Immuni. Non è così: l’applicazione sviluppata per conto del governo per il tracciamento dei contatti contro la diffusione del coronavirus serve ancora.

Una decina di giorni fa Apple e Google avevano annunciato di avere aggiornato il loro sistema per il tracciamento dei contatti tramite smartphone, aggiungendo nuove funzionalità che avrebbero consentito ai governi di attivare questa funzione nei loro paesi senza la necessità di provvedere allo sviluppo e alla gestione di un’applicazione separata. La modifica era stata decisa soprattutto per risolvere alcuni problemi negli Stati Uniti, dove finora pochi stati hanno provveduto a un’app per il tracciamento delle esposizioni al coronavirus, senza coordinarsi con gli altri e rendendo quindi difficile il rilevamento di eventuali contatti tra uno stato e l’altro.

Prima di questa novità, Apple e Google avevano fornito i meccanismi di base nei loro sistemi operativi per smartphone (iOS e Android), sui quali poi ogni governo avrebbe potuto realizzare la propria applicazione, come è avvenuto in Italia nel caso dell’app Immuni. Sviluppare e mantenere in attività un’applicazione può però essere oneroso, sia in termini di costi sia di tempo, e per questo in seguito Apple e Google hanno semplificato, dando la possibilità ai governi interessati di investire poche risorse per realizzare i loro sistemi di tracciamento dei contatti tramite smartphone.

La novità sarà introdotta nelle prossime settimane su Android mentre è già disponibile su iOS tramite il suo ultimo aggiornamento, che ha portato a qualche confusione tra gli utenti. Il messaggio che avvisa delle nuove funzionalità specifica anche che “La disponibilità del sistema dipende dal supporto da parte dell’autorità sanitaria della zona in cui ti trovi”, una formulazione non molto chiara soprattutto per i meno esperti o per chi non sa in quali circostanze siano nate Immuni e le applicazioni simili negli altri paesi.

L’Italia è stato uno dei primi paesi a dotarsi di un’applicazione per il tracciamento dei contatti, quando ancora Apple e Google stavano lavorando a una prima versione del sistema per rilevare eventuali esposizioni al coronavirus tramite Bluetooth. Immuni è quindi nata in un momento in cui lo standard era da poco disponibile e ancora da perfezionare, con la costruzione di un sistema personalizzato e realizzato sulle particolari esigenze del caso italiano. L’app consente per esempio di segnalare la propria positività, in modo da allertare le persone con cui si era entrati in contatto, con l’aiuto di un operatore sanitario per verificare l’autenticità della segnalazione. Il sistema è integrato con le informazioni del ministero della Salute e della Protezione Civile, ed è pensato per funzionare in un modo più elaborato rispetto al sistema ora proposto da Apple e Google.

Volendo usare un’analogia, per intenderci: Immuni è un abito di alta sartoria, misurato e cucito sulle esigenze del governo italiano; la novità da poco offerta da Apple e Google è un abito preconfezionato da negozio di abbigliamento. Non significa che il secondo sia meno utile del primo o meno efficace, ma nel caso italiano è superfluo perché ci siamo già dotati di un vestito realizzato sulle nostre esigenze.

Per il tracciamento dei contatti tramite smartphone in Italia, Immuni continua a essere l’unica applicazione ufficiale e una risorsa importante per rilevare eventuali esposizioni al coronavirus: va quindi mantenuta sul proprio smartphone come ha fatto finora chi l’aveva scaricata in queste settimane. L’applicazione è gratuita, garantisce la tutela della privacy (secondo diversi esperti molto di più rispetto a quanto facciano le altre app che utilizzano i nostri dati) e può essere scaricata tramite App Store per i proprietari di iPhone e tramite Google Play Store per chi utilizza smartphone Android dalla versione 6.

Quindi: se avete un telefono adatto scaricate Immuni e attivatela

Chi è che comanda qua dentro?

Circola sul web questo post. L ‘autore pare essere Stefano Sorci. Io non so se sia vero, ma credo di sì. E comunque è decisamente credibile e … un po’ inquietante. Si riferisce, come è chiaro, ai presunti assassini di Willy.

I ragazzi alla ribalta delle cronache sono stati anche da me, era una sera d’inizio estate.
È stata una mezz’ora, sul tardi, e non è successo nulla di particolare. Eppure, tutti i presenti, quella mezz’ora se la ricordano bene. Anzi, ne ricordano bene i primi dieci minuti, quelli sufficienti a fargli passare la voglia di restare. Eravamo seduti tutti fuori, e ci siamo girati improvvisamente a guardare il suv che sbucava dall’arco a tutta velocità per poi inchiodare a due metri dai tavolini. Sono scesi in 5 col classico atteggiamento spavaldo di chi a 25 anni gira col suv, in gruppo, coi capelli tinti, le catene al collo, i vestiti firmati, i bicipiti tirati a lucido e le sopracciglia appena disegnate. Quando fai il mio lavoro da anni, ti accorgi che su quella storia dell’abito e del monaco qualcuno ci ha ricamato sopra allegramente. È calato subito il silenzio, sono stato costretto ad alzarmi quando ho sentito un poco promettente “chi è che comanda qua dentro?” detto dal primo che si era affacciato sulla porta. Sono andato verso il bancone senza neanche rispondere, mentre loro mi seguivano dicendo “ah, ecco, comanda lui, è questo qua”. Poi è iniziato il giro di strette di mano, di quelli “ci tengo a dirti chi sono e devo capire chi sei tu”. Hanno iniziato a fare mille domande, prima sugli orari di apertura di tutti i locali del paese, poi sulle birre, sul modo in cui si lavano i bicchieri, sulla quantità della schiuma… c’era un’atmosfera pesantissima, era una conversazione di quelle finte che girano intorno a qualcosa, sembrava un film di Tarantino ed io mi sentivo come Brett che spiega a Samuel L. Jackson la provenienza del suo hamburger, prima di sentirsi recitare Ezechiele a memoria. Ho visto con la coda dell’occhio tutti i tavoli fuori svuotarsi, le persone buttare un occhio dentro e andar via, e, mentre cercavo di rispondere alle domande, loro hanno iniziato a fare una gara di rutti sopra la mia voce a cui non ho reagito in nessun modo. Non contenti del mio restare impassibile, hanno proseguito la provocazione iniziando a rimproverarsi a vicenda, “non si fa così, non ci facciamo riconoscere, se ruttiamo poi sembra che manchiamo di rispetto a lui che comanda! Dobbiamo chiedere scusa!”. Ho servito le birre come nulla fosse, e ricordo bene l’espressione di quello che ha messo mano al portafogli e mi ha chiesto “quant’è”, senza il punto di domanda e senza guardarmi. La stessa espressione che rivedo in ogni post di questi giorni. Hanno bevuto, hanno fatto casino, hanno brindato, hanno ruttato e sono ripartiti sgommando col Suv, come cani che hanno appena pisciato su un territorio nuovo e se ne vanno soddisfatti. Ho chiuso a chiave e mi sono diretto a casa, ho iniziato a tranquillizzarmi soltanto lì. Ho pensato con rabbia alla mia vigliaccheria, al mio non aver proferito parola, al mio averli serviti con educazione mentre mi mancavano palesemente di rispetto in casa mia, e anche al fatto che avevano la metà dei miei anni. Ho pensato che avevo soltanto chinato il capo davanti alla prepotenza. Poi ho sperato di non vederli più, perché se fossero tornati non avrei sicuramente reagito neanche la seconda volta, e ho pensato che avevo avuto paura. Semplicemente. Tristemente. Oggi, ripensandoci alla luce dei fatti recenti, forse non me ne vergogno più, provo solo una stima enorme per Willy e per la sua sterminata mole di coraggio racchiusa in uno scricciolo d’uomo. E so che non c’entrano Gomorra, Tarantino, Romanzo Criminale, non c’entrano internet, la Trap o le arti marziali, così come ai tempi miei non c’entravano Dylan Dog, il Rap, le sale giochi. C’entrano le istituzioni, c’entrano i genitori, c’entra la scuola, la storia è sempre la stessa, ma non la studiamo mai. Il resto sono stronzate, e cercare dei colpevoli ci alleggerisce sempre. Io me la ricordo quella mattina in terza elementare, quando non ho saputo elencare a memoria le province del Piemonte, me li ricordo quei pomeriggi in lacrime a scrivere quaderni di verbi e coniugazioni, me le ricordo le parole di mia madre quando ho preso quel 3 al compito di latino, e ricordo pure la sua espressione quando a 16 anni mi ha beccato un giornaletto pornografico sotto al letto, ricordo le raccomandazioni di mio fratello più grande quando mi diceva che alla scuola pubblica sarebbe stato tutto diverso, e ricordo quando i miei gli trovarono un pacchetto di cartine nelle tasche dei jeans, ricordo mio padre di notte sul divano, nero di rabbia, che fumava e non mi salutava quando a 20 anni tornavo a casa in ritardo su un coprifuoco che trovavo assurdo. Ricordo i loro occhi dopo aver discusso la mia tesi di laurea, e poi la loro faccia quando ho stappato una bottiglia di prosecco per festeggiare, sapendo che sarei tornato a casa tardi e in macchina. Ricordo i loro sacrifici per comprarmela, quella macchina usata che conservo ancora oggi e che in un bilancio familiare di 4 persone e uno stipendio da infermiere proprio non poteva starci. Credo di aver preso un solo schiaffo da loro, in tutta la mia vita, ma non me ne sono mai serviti altri. Mi è servito il loro esempio, ho avuto bisogno dei loro insegnamenti, delle loro rinunce per permettermi di studiare. Siamo tutti figli di una società, ma soprattutto siamo tutti figli, e la società la facciamo noi. Chiudiamo la bocca e apriamo le orecchie, magari troveremo anche il tempo di leggere un buon libro, potremmo continuare ad aver paura ma essere comunque dei piccoli eroi”.