Torna al tuo paese

Guardate il video sopra. E’ stato ripreso nella Metropolitana di Londra. La persona fatta oggetto di insulti decisamente razzisti è un italiano. Credo di non dover aggiungere altro.

Consigli di serie

Sabato, week-end: siamo in inverno e, se non si va in montagna o comunque in gita, magari ci piace dedicarci a vedere serie tv (se il calcio, come a me, non interessa per niente).  Il mio consiglio di oggi è, se non l’avete già vista, “The Americans” (il trailer più sotto).  Ne sono già state realizzate 5 stagioni per un totale di 65 episodi, quindi, se vi piace, avrete un bel po’ di tempo impegnato. È ambientata a Washington negli anni ’80 e racconta di due agenti del KGB, un uomo e una donna, nati cresciuti e soprattutto addestrati in Unione Sovietica e poi fatti entrare illegalmente negli USA dove hanno assunto identità “americane”, si sono sposati “per dovere” ed hanno anche avuto due figli. Lui, dopo tanti anni in USA, inizia ad essere critico verso il comunismo mentre lei è un’incrollabile sostenitrice degli ideali sovietici. La serie è secondo me scritta ed interpretata benissimo (come sempre è meglio vederla in lingua originale con i sottotitoli). Buon “binge watching”. Fatemi poi sapere se vi è piaciuta.

Gli idioti che filmano gli incidenti

Pare che il fenomeno delle persone che in autostrada si fermano quando vedono un incidente, fenomeno dei “curiosi” che purtroppo ci sono sempre stati e che ostacolano i soccorsi, sia lungi dall’ essere in diminuzione ma, anzi, adesso è peggiorato perché questi idioti fanno anche selfie e video con il telefonino. Roba davvero da non credere. È un fenomeno questa volta, per fortuna, non solo italiano. Anzi: pare che i tedeschi siano ancora più voyeuristi estremi di noi. In Germania li chiamano “gaffer”, ma sono sempre e comunque davvero grandissimi idioti. Tanto che i vigili del fuoco tedeschi hanno realizzato un video – che sta diventando virale -proprio per combattere questa mania dilagante. E’ un corto che vede tre giovani adulti che ritornano dalle vacanze in automobile e che si imbattono in un incidente stradale. Per chi non l’avesse visto ve lo propongo qui sotto.

La sindrome della chiave del cesso

Ho trovato per caso un articolo-intervista con Gianmaria Testa, cantautore piemontese purtroppo prematuramente scomparso, che ho sempre apprezzato e che era amico di un mio collega ed amico ai tempi in cui lavoravo per il Teatro Stabile di Torino. Nell’intervista, sul sito greennews.info, Testa lo cita espressamente :

Le canzoni non fanno le rivoluzioni. Credo che chiunque abbia acquisito qualche diritto di audience debba avere con questo diritto un rapporto doppiamente etico, facendo bene quello che sa fare, senza cadere in quella che il mio amico Gianbeppe Colombano chiama “la sindrome della chiave del cesso” che affligge tutto il mondo occidentale. Mi spiego: immagina un condominio con un solo bagno e la chiave è affidata a una sola persona, che può approfittare di questa condizione privilegiata. Ormai applichiamo questa logica a tutto. La normalità sarebbe la condivisione, non lo sfruttamento.

A parte il fatto che leggere questa espressione mi ha fatto tornare indietro di almeno vent’ anni, direi che davvero è una sindrome molto, troppo diffusa e che non accenna assolutamente a diminuire, purtroppo, anzi! Ed inoltre è anche quasi sempre accompagnata da una totale mancanza di classe, di stile, cosa che qualcuno dirà non essere fondamentale, ma che per quanto mi riguarda è invece qualcosa di fondamentale. Del resto, come ho già scritto… Signori si nasce (vedi il post iniziale di questo blog).

In ogni caso mi fa anche piacere salutare Gianbeppe, qualora gli capitasse di leggere queste righe, e consigliare, a chi non lo conoscesse, l’ascolto di Gianmaria Testa (con un saluto anche a sua moglie Paola).

Perché non copiamo l’ Oyster Card?

Chiunque sia abituato ad andare a Londra e a girare la città con la metropolitana o i bus conosce l’ Oyster Card. E’ un sistema intelligente che non costringe a calcoli complicati per l’acquisto del biglietto.  Funziona così (da tanti anni): l’Oyster Card si può acquistare in tutte le stazioni della metro o ferroviarie di Londra. Si paga un deposito di 5 sterline, che comunque verrà reso se si decide di restituire la carta (ma se si pensa di tornare a Londra non conviene, perché l’Oyster Card non ha scadenza). Qualora si decidesse comunque di restituirla, verrà reso anche l’importo non utilizzato. Ovviamente, il saldo utile sulla card per viaggiare ad un certo punto finirà e sarà necessario ricaricarla., operazione semplicissima e possibile in tutte le stazioni della metro o del treno, attraverso una delle macchine automatiche. Si può ricaricare sia con contanti che con carte di credito. La card va poi solo passata sugli appositi lettori di colore giallo all’ingresso di ogni stazione e passata anche in uscita alla stazione di arrivo. Non bisogna dimenticarsi assolutamente il passaggio della card in uscita, anche se magari per il momento di punta i tornelli fossero aperti, poiché altrimenti si può essere multati. Questo in quanto l’importo varia a seconda del percorso utilizzato (urbano o extraurbano) e quindi viene calcolato in uscita (in autobus o in tram basta passare la card in salita poiché invece il prezzo delle corse non varia a seconda della destinazione). Un altro vantaggio è che la Oyster Card ha uno specifico Daily Price Cap, che non è altro che un limite di spesa giornaliera: superata una certa spesa non verrà addebitato più nulla e si può viaggiare per tutto il resto della giornata senza spese aggiuntive.  Comodo vero? A Milano dovendo prendere un biglietto extraurbano della metro bisogna fare dei calcoli come se si dovesse entrare in orbita. Alle macchinette automatiche appare questa legenda:

Chiaro no?  Ma perché non si pensa di copiare da chi ha avuto un’idea intelligente? Non ci sarebbe proprio nulla di male!

Ancora sui vaccini

Non volevo più tornare su questo argomento ma… Di Maio ha dichiarato, in merito ai vaccini, “No all’obbligo, si a raccomandarli”. Eh certo, noi italiani, si sa, siamo sensibili alle raccomandazioni. Ma credo che stia equivocando sul termine. Su un tema così delicato, così importante per la salute pubblica, i consigli non bastano. Si può consigliare di non fumare perché il fumo fa male (ma poi lo Stato sulle sigarette ci guadagna), si può consigliare di bere poco alcool, ma come si deve imporre di non guidare dopo aver bevuto perché si potrebbe far del male agli altri, nello stesso modo le vaccinazioni non possono essere lasciate alla discrezionalità del singolo. Ora anche la Francia ha undici vaccini obbligatori e in Australia, ad esempio, la legislazione è ancora più stringente che in Italia. E comunque, mi ripeto, per una volta che il nostro paese ha una legislazione corretta vediamo di non tornare indietro sulla base di non provati “complotti” delle multinazionali del farmaco. Se vi interessa sapere la posizione di tutti i partiti su questo tema, “Il Post” ha pubblicato un articolo che mi pare lo spieghi bene. Lo trovate a questo link.

Io ho un sogno

Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività. Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del negro è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il negro ancora vive su un’isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo; il negro langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra. Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza, firmarono un “pagherò” del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo “pagherò” permetteva che tutti gli uomini, si, i negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità. E’ ovvio, oggi, che l’America è venuta meno a questo “pagherò” per ciò che riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo suo sacro obbligo, l’America ha consegnato ai negri un assegno fasullo; un assegno che si trova compilato con la frase: “fondi insufficienti”. Noi ci rifiutiamo di credere che i fondi siano insufficienti nei grandi caveau delle opportunità offerte da questo paese. E quindi siamo venuti per incassare questo assegno, un assegno che ci darà, a presentazione, le ricchezze della libertà e della garanzia di giustizia. Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all’America l’urgenza appassionata dell’adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il tranquillante del gradualismo. Questo è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall’oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia.; questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. Sarebbe la fine per questa nazione se non valutasse appieno l’urgenza del momento. Questa estate soffocante della legittima impazienza dei negri non finirà fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno di libertà ed uguaglianza. Il 1963 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i negri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo. Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia. Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste. Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima. Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità negra non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell’ingiustizia, dovrà essere combattuta da un esercito di due razze. Non possiamo camminare da soli. E mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: “Quando vi riterrete soddisfatti?” Non saremo mai soddisfatti finché il negro sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposto dalla polizia. Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, stanchi per la fatica del viaggio, non potranno trovare alloggio nei motel sulle strade e negli alberghi delle città. Non potremo essere soddisfatti finché gli spostamenti sociali davvero permessi ai negri saranno da un ghetto piccolo a un ghetto più grande. Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono:”Riservato ai bianchi”. Non potremo mai essere soddisfatti finché i negri del Mississippi non potranno votare e i negri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume possente. Non ha dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice. Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione. E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali. Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza. Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia. Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi! Io ho davanti a me un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli esseri viventi, insieme, la vedranno. E’ questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud. Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza. Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’America vuole essere una grande nazione possa questo accadere. Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York. Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania. Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve. Risuoni la libertà dai dolci pendii della California. Ma non soltanto. Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia. Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee. Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà. E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: “Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente”.

E’ il discorso tenuto da Martin Luther King il 28 agosto 1963 davanti al Lincoln Memorial di Washington, al termine di una marcia di protesta per i diritti civili. King era nato il 15 gennaio 1929 e oggi quindi verrà ricordato in tutta l’America. Sarà commemorato anche da Donald Trump con un discorso registrato poche ore dopo aver definito Haiti uno “shit hole”.  Credo non occorrano commenti.

I migranti a Ripabottoni

Oggi è la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato e ieri una notizia, che fa pensare che forse non tutto è perduto nel nostro paese, ha conquistato i giornali, locali ma soprattutto nazionali. È comparsa persino su “Il Giornale” che scrive “Un’intera comunità (quella di Ripabottoni, in Molise) si è opposta al provvedimento della Prefettura che ha deciso di chiudere la struttura Xenia che ospitava circa 32 migranti per spostarli altrove. Il giornale locale Primonumero spiega che i migranti ospitati nella struttura erano troppi secondo il prefetto. Da qui la decisione di predisporre l’allontanamento fissando un’altra destinazione. Da qui è scattata la “rivolta” del Paese: I nostri concittadini – racconta il parroco di Ripabottoni don Gabriele Tamilia – hanno iniziato a interagire con questi ragazzi stabilendo ottimi rapporti con loro. Le nostre due comunità cristiane, cattolica e protestante, li hanno inseriti nelle rispettive attività. Tante persone si sono attivate in diverse forme di aiuto”.  Primo responsabile secondo gli abitanti sarebbe il Sindaco del posto, che avrebbe fatto pressioni presso la Prefettura per allontanare i migranti. E anche se la protesta in controtendenza su quanto siamo abituati a sentire non è andata a buon fine  – visto che la Prefettura, che non ha neppure voluto ricevere i rappresentanti del paese che volevano consegnare la petizione firmata da più di 150 persone, in un paese di poco più di 500 abitanti totali, ha fatto procedere allo sgombero ed al trasferimento dei migranti in vari paesi vicini –  la vicenda ha lanciato un messaggio decisamente positivo.  Oggi, dicevo,  è la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, come ha ricordato un messaggio del Papa che ha sottolineato, fra l’altro,  che quattro verbi fondati sui principi della dottrina della Chiesa sono ” accogliere, proteggere, promuovere e integrare”.

Lo voglio…

Se divento ricco, anche se non abito in una località così bella, lo voglio pure io. Sembra un rifugio di Diabolik. Mi piace davvero tanto. Guardate il filmato e ditemi se non è qualcosa di fantastico!