Il cassiere del supermercato

L’altro giorno ho accompagnato mia moglie a fare la spesa in un piccolo supermercato cittadino, lo stesso di cui vi avevo parlato nel post del 16 dicembre “La gaffe imperdonabile” (se ve lo siete perso leggetelo, cliccando sul titolo a fianco) e ad attenderci alla cassa c’era lo stesso giovane cassiere. La cliente prima di noi era una stimata dottoressa medico generico molto conosciuta in città (piccola città dove tutti si conoscono) e avevo notato che il cassiere le dava del tu. Ho pensato che forse si conoscevano da quando lui era bambino e quindi aveva conservato quella confidenza e familiarità che spesso si instaura tra medico e bambino. Ma subito dopo ho notato che si rivolgeva nello stesso modo anche a mia moglie, che ho visto alquanto perplessa. Ero molto divertito e stentavo a non ridere rumorosamente, soprattutto perché la conosco e so che davvero non sopporta questo genere di confidenza non concessa. Io trovo la cosa sicuramente da evitare e se fossi io il direttore di quel supermercato darei precise istruzioni al fine di evitare questi comportamenti, ma in genere lascio correre e passo direttamente pure io a dare del tu. Voi che ne pensate? Comunque vedrò di accompagnare più spesso mia moglie in quel supermercato, sperando di trovare sempre quel cassiere: è molto più divertente e imprevedibile che assistere a una sit-com in televisione!

Castoro, D’Urso @carmelitadurso e Gruber @OttoemezzoTW

Credo che ormai si stiano superando tutti i limiti della decenza. Non si ha più ritegno di dire e scrivere qualunque cosa passi per la mente, sia sul web ma ora anche in televisione. L’altra sera su La7 Lilly Gruber, nel suo programma “Otto e mezzo”, ha ospitato tal Carmine Castoro, che si definisce “filosofo della comunicazione”, il quale ha dichiarato senza problemi e come se stesse dicendo la cosa più normale del mondo: “A me Barbara D’Urso fa più paura dell’Isis”. Non è stato minimamente sfiorato dall’idea che una frase simile non è solo “sopra le righe”, non è solo un mezzuccio per far parlare di sé i media, è anche profondamente offensiva nei confronti di chi, negli attentati dell’Isis, ha perso persone care. Ce ne sono anche in Italia, purtroppo. Io non sono poi qui per difendere la D’Urso, che non ha bisogno sicuramente della mia difesa (e che di fronte a tal Castoro potrebbe anche semplicemente usare la celebre frase del Marchese del Grillo), ma la stessa Gruber doveva secondo me dissociarsi in modo molto più netto di come ha fatto e non solo indirizzare complimenti alla conduttrice Mediaset. Doveva condannare con forza il “filosofo” e magari anche allontanarlo. Non ne avrebbe sofferto nessuno e magari in futuro gli ospiti avrebbero messo in funzione il cervello prima di parlare.

Chapeau per Guccini

Il cantautore Francesco Guccini, mito per più di una generazione, soprattutto icona della sinistra di un po’ di anni fa, intervistato da Robinson, il settimanale di cultura di Repubblica, ha detto che da anni non scrive più canzoni, semplicemente perché “Ho capito una cosa semplice: non ho più niente da dire”. Non è da tutti arrivare a una simile decisione. Ma è sicuramente uno degli atteggiamenti più dignitosi ed ammirevoli che si possano assumere. Sono tante le personalità che dovrebbero prenderne esempio e che invece non si rassegnano. Forse tutti dovremmo fare tesoro di questa saggezza. Alcuni anni fa avevo apprezzato la stessa decisione di David Letterman che, pur raccogliendo ancora un’audience considerevole per il suo talk-show televisivo americano, aveva deciso di lasciare per “raggiunti limiti di età” a 68 anni. Invece c’è chi non si rende conto di rasentare il ridicolo. E questo vale un po’ per tutte le professioni, soprattutto in questi tempi di rapidissimi cambiamenti: davvero io dico largo ai giovani che senza sforzo riescono ad adattarsi ed a capire le nuove esigenze del mondo che ci circonda. Questo continuo spostare in avanti le età pensionabili, per via non tanto della crisi economica quanto per la palese incapacità della nostra classe politica degli anni passati (e sul futuro stendo già un velo pietoso), è secondo me quanto di peggio si possa fare per tentare di risollevare le sorti del nostro paese.

La storia del musical di Luca Cerchiari @libribompiani

Un carissimo amico per Natale mi ha regalato un volume scritto da Luca Cerchiari dal titolo “Storia del musical – Teatro e Cinema da Offenbach alla musica pop”. Sapeva che sono appassionato del genere e mi ha fatto un gran piacere perché non conoscevo questa pubblicazione, datata ottobre 2017, quindi recentissima, di cui stranamente Bompiani, per i cui tipi è edita, non aveva pensato di rendermi edotto come responsabile del portale www.musical.it . L’autore, Luca Cerchiari – leggo sull’ultima di copertina –  è “Musicologo e critico musicale, tra i massimi esperti europei di musica jazz, di popular music e di discografia. Docente universitario dal 1997 (Torino, Udine, Verona, Padova, Genova), dirige presso l’Università di Milano-IULM il Master in Editoria e produzione musicale e vi insegna storia della musica pop. Conferenziere anche in Europa e Usa, è autore di un centinaio di libri e saggi (alcuni editi in altre lingue)…”. Una pubblicazione quindi che mi rende molto felice, soprattutto perché è il segno che finalmente anche in Italia si muove l’interesse verso questo genere musicale e questa potrebbe essere un’opera utilissima, oltre che per una normale lettura, soprattutto per la consultazione. Però… naturalmente c’è un però. Apro a caso il libro a pagina 302 e leggo che la protagonista di Flashdance “lavora di giorno in un cantiere edilizio per mantenersi agli studi di ballo”: mi pare universalmente noto che Alex lavori invece come saldatrice in un’acciaieria di Pittsburgh e non in un cantiere edilizio, ma la svista è perdonabile. Un peccato veniale, penso. Riapro a caso e leggo a pagina 325 che la coppia Schönberg-Boublil, autori del celeberrimo “Les Miserables”, ha successivamente firmato anche i musical Jeckyll & Hyde, Jane Eyre e Dracula, The Musical: questo non è vero essendo tali spettacoli scritti da altri autori: il primo da Wildhorn e Bricusse, il secondo da Gordon e Caird, il terzo da Widhron, Black e Hampton.  E qui l’errore è davvero grave per un saggio di consultazione sul musical, anche perché di questo sono al corrente, ma se ci sono errori magari su epoche più remote non posso accorgermene; insomma il libro diventa subito poco affidabile. A pagina 308 poi apprendo che la canzone Cabaret dal musical omonimo, Cabaret, è una canzone “quasi ossessiva, espressionista, magnificamente resa da Joel Grey in un’interpretazione ai limiti del grottesco”. La canzone Cabaret viene eseguita nel musical solo da Sally Bowles e non dal Maestro di Cerimonie che era interpretato, sia a teatro che nel film, appunto da Joel Grey.  A pagina 304 si parla di Mary Poppins, film del 1964 che divenne musical teatrale solo con una produzione “di molto successiva” a Broadway nel 2006: in realtà la produzione per il palcoscenico apparve prima a Londra nel 2004 e, rimaneggiata, due anni dopo a New York. Proseguo per dare un’ultima possibilità; riapro a caso e leggo a pagina 293 che la messa in scena di Evita a Broadway “comprende tra i collaboratori una star della musica pop statunitense come Prince”: davvero? Non l’avevo mai saputo, forse è vero ma, alla luce di quanto visto prima, mi sembra giusto dubitarne e pensare che si tratti di una solenne cantonata dettata dal fatto che la regia di quell’allestimento era firmata dal grande Harold Prince, che certo non è una pop-star.
Insomma: direi che anche questa volta si sia persa una buona occasione per pubblicare una seria opera in italiano sul genere che più amo. Peccato davvero.

La maleducazione di @RaiUno

Da un po’ di tempo, in occasione del Capodanno, Raiuno non trasmette più il Concerto di Vienna (spostato su Raidue) ma quello in programma allo splendido Teatro La Fenice di Venezia. È ormai un evento molto atteso, sia per la varietà dei brani musicali, tratti soprattutto dalla grande tradizione lirica italiana, che per la stupenda ambientazione. Non ha fatto eccezione il concerto di ieri, diretto dal maestro coreano Myung-Whun Chung che ha anche simpaticamente sottolineato il fatto di trovarsi nel teatro più bello del mondo nella città più bella del mondo. Il concerto ha avuto molto successo anche in sala, tanto che il pubblico ha tributato lunghi e calorosissimi applausi chiedendo insistentemente un bis. Bis che direttore, orchestrali e cantanti solisti hanno concesso. Solo che, proprio mentre stavano per cominciare, Raiuno ha deciso di interromperne la diffusione: c’era un trailer sui programmi della serata da trasmettere, c’era la pubblicità e poi alle 13.30 il Tg1. Il funzionario avrà pensato: di musica ne abbiamo già trasmessa abbastanza, chissenefrega se un po’ di abbonati ci resteranno male. Trovo tutto ciò di una maleducazione inaccettabile, soprattutto perché si tratta della televisione di Stato, che potrebbe comportarsi un po’ meglio dei concorrenti commerciali. In modo particolare perché queste inspiegabili decisioni vengono sempre prese solo quando non si tratta di eventi sportivi. Vi immaginate cosa succederebbe se la RAI decidesse di interrompere la trasmissione di una partita di calcio quando stanno per avere inizio i tempi supplementari? E non si dica che il telegiornale non può essere ritardato perché appunto, in caso di incontri di calcio, ne viene variato l’orario anche di un’ora. Nel caso di ieri si trattava solo di attendere qualche minuto in più, magari rinunciando agli spot di autopromozione. Era pretendere troppo?

Botti? No grazie!

Personalmente non ho mai capito quale gusto si provi a far esplodere i petardi a capodanno e carnevale. Forse sarà un mio problema, ma mai nella vita sono stato interessato a far scoppiare un “botto”. Eppure conosco persone insospettabili che almeno nella notte di San Silvestro si trasformano in dinamitardi e magari si sentono importanti quando mostrano ai figli, anche piccoli, come sono bravi a fare scoppiare un petardo. E mi sono sempre chiesto perché, invece di spontanee ordinanze dei sindaci, a vietare la vendita e l’utilizzo dei botti non sia una legge nazionale, che ne impedisca produzione, importazione e vendita. Io eviterei proprio di stare a distinguere tra botti legali e illegali, che ancora ieri sono stati sequestrati in grande quantità. Pare che il più ricercato quest’anno sia  la bomba Kim ‘o coreano, dal nome del dittatore Kim Jong-un. Qualcuno mi dirà che è una tradizione, ma è una tradizione pericolosa, non solo perché spaventa gli animali, ma perché può provocare danni seri alle persone, perché ogni anno si contano troppi feriti per questa stupida passione. Purtroppo pare che il giro d’affari che ruota intorno a botti e fuochi d’artificio sia veramente ingente e quindi credo che non si arriverà mai a veder finire questa usanza primitiva.
Detto questo, vi auguro un 2018 pieno di serenità. Buon anno amici, ma solo se stanotte non farete scoppiare petardi.

L’assalto al pandoro

Per chi non l’avesse visto (pochi perché ha fatto il giro del web), un curioso filmato che mostra cosa è successo in un supermercato di Palermo che aveva messo in vendita il Pandoro Bauli in offerta a prezzo scontato (evidentemente molto scontato, spero).  Il “Corriere” ha paragonato l’accaduto alla celebre scena della pastasciutta di “Miseria e Nobiltà”.  Il video potrebbe apparire divertente, ma io lo trovo invece soprattutto sconfortante… Buon anno.

Il premio di X Factor #XF11 (inteso come oggetto)

Approfittando dei giorni di festa, sono finalmente riuscito a vedere #XF11,  la puntata finale di X Factor dal Mediolanum Forum, che come già detto non avevo potuto seguire in diretta, anche se sono sempre stato fan di questa edizione e soprattutto di Mara Maionchi. È stata una bellissima finale, molto curata in tutti i dettagli, una grande produzione di livello internazionale, un esempio di come può essere ben fatta – indipendentemente dal fatto che il tipo di programma possa piacere o meno – la televisione di questi anni, da cui la RAI (che dal punto vista tecnico ed economico può essere sullo stesso piano) dovrebbe imparare evitando prime serate del tipo di “Sarà Sanremo” davvero deprimente sotto molti punti di vista ( e cito quella perché sempre di  gara di cantanti si trattava). La cosa che però volevo segnalare come migliorabile per gli autori di X Factor è il premio finale, inteso come oggetto, che è stato consegnato al vincitore.  Quando l’ho visto ho pensato che forse sarebbe sempre meglio ispirarsi a chi ha più esperienza: avete mai visto l’Oscar, il Golden Globe, il Tony, l’Emmy?  Tutti premi che possono essere tenuti agevolmente con una mano e poi riposti su uno scaffale senza problemi. Forse un po’ meno comodo da tenere in mano è il Grammy, ma mai si raggiunge la bruttezza di quello che si è visto consegnare Lorenzo Licitra e che vedete nella foto sopra: una saetta piena di liquido! Ma come può venire in mente una simile “creazione”? Leggo che il premio è ispirato allo “stile” del  profumo sponsor del programma “uno stile disinvolto, che esalta la moda come fiera affermazione del vivere senza regole”. Una saetta??? Comunque complimenti al copywriter che ha saputo trovare questo legame: proprio bravo (e non sto scherzando).

I settant’anni della promulgazione della Costituzione

“Egregio Presidente della Repubblica,
Oggi, 27 dicembre, ricorrono i settant’anni della promulgazione della Costituzione del nostro Paese. In una giornata così bella e fondamentale per le nostre vite e per la nostra democrazia, è nostro dovere ricordarLe come molte e molti di noi abbiano imparato a conoscerla tra i banchi di scuola, imparandone i valori fondamentali di libertà, uguaglianza, pace, rispetto, imparando a diventare di fatto cittadini e non più sudditi, secondo gli auspici di Piero Calamandrei e le opportune circolari ministeriali che spingono i docenti a seminare semi di cittadinanza attiva nei loro allievi e nelle loro allieve.  Tutti e tutte noi l’abbiamo letta, riletta e riscoperta in questo anno di mobilitazione a favore della riforma della cittadinanza, ci siamo riconosciuti profondamente nei suoi valori, e in particolare nell’articolo 3, il cui secondo, magnifico comma, concepito dal padre costituente Lelio Basso, che recitando ” […] E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione  di  tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” , prospetta un orizzonte di riduzione delle diversità e di accesso ai diritti fra le varie componenti della Nazione e di progressivo ampliamento dei diritti e della platea degli aventi diritto come inscritto nell’intelaiatura profonda della Repubblica. Caro Presidente, concorderà con noi che il 23 dicembre la Repubblica ha fallito nella rimozione di questi “ostacoli”, mantenendo di fatto una distinzione netta tra cittadini e non, basata su una concezione prettamente elitaria ed economica della cittadinanza.  La cittadinanza è qualcosa di più di un diritto. La grande filosofa Hannah Arendt l’ha definita «il diritto ad avere diritti» in quanto solo il riconoscimento della cittadinanza trasforma un individuo in un soggetto giuridico detentore di diritti.  Non lasci che questa battaglia, iniziata con le prime mobilitazioni della Rete Nazionale Antirazzista nel 1997, quando molti e molte di noi non erano ancora nati, cada in un nulla di fatto.  Anche perché così non è. Il quadro che consegnerebbe al Paese la rinuncia a discutere in aula la riforma della cittadinanza è ben diverso da quello che si presentava all’inizio della legislatura. In questi mesi, forze oscure che puntano a indebolire le ragioni della convivenza e dello stato di diritto sono cresciute, proprio cavalcando le ragioni del fronte del no alla riforma, riattivando la memoria di parole d’ordine che credevamo dimenticate, legate a fascismo e colonialismo.  Qui, non si parla di una battaglia che punta semplicemente alla conquista di un accesso alla cittadinanza più semplificato, con la nostra battaglia puntiamo ad ottenere, finalmente, il nostro riconoscimento come categoria sociale finora ignorata e dimenticata; con la nostra battaglia puntiamo ad una politica di ampio respiro, al passo con i tempi e che soprattutto sappia riconoscere i cambiamenti sociali e culturali del proprio Paese. Con la nostra battaglia, inoltre, puntiamo ad ottenere un’applicazione ancora più incisiva della nostra Costituzione Italiana. Talvolta le autorità di un Paese democratico sono chiamate dalla Storia a promuovere leggi che possono apparire divisive ma che in realtà sono necessarie a potenziare gli anticorpi e a creare argini contro la deriva di forze antidemocratiche e destabilizzanti.  Non lasciateci soli ancora una volta.    RingraziandoLa della Sua attenzione, cogliamo l’occasione per augurarLe buone feste.
Con Rispetto,
Il Movimento #ItalianiSenzaCittadinanza “

Non aggiungo altro.

Il cane che ha bisogno di un abbraccio

Un filmato che probabilmente avrete già visto, perché ha fatto il giro del mondo. Mi piace troppo e visto che oggi è il giorno dopo Natale, è ancora festa,  mi sembra adatto. Arriva dall’India dove un cane labrador ha dovuto subire un intervento chirurgico per rimuovere un nodulo sul collo. Tutto è andato bene ed una volta uscito dalla sala operatoria del veterinario trova il suo padrone che lo consola…