Le parole di Guy Verhofstadt

Si è parlato molto del discorso al Parlamento Europeo di Guy Verhofstadt, in cui appella come “burattino” il nostro Presidente del Consiglio. Sapete che non sono certo un ammiratore del governo italiano attuale ma devo confessare che la cosa aveva data fastidio pure a me: un po’ di orgoglio nazionale viene fuori. È come quando qualcuno parla male di un tuo amico: se ne parli male tu va bene, ma gli altri non devono permettersi mai. Devo dire però che non avevo mai ascoltato direttamente il discorso. Mi ero solo fidato di quanto riportato dai vari mezzi di informazione, compreso quelli che non stanno dalla parte del governo. Mi è capitato ora, invece, di vedere il video dell’intervento “incriminato” e… beh: la cosa assume un altro significato. Prima di tutto ascoltare un uomo di indubbia cultura parlare dell’Italia in italiano non capita tutti i giorni.
Se non avete ascoltato tutto il discorso vi prego di farlo ora (dura solo pochi minuti).

Ammetterete che è un po’ diverso da come ci era stato presentato o, almeno, da come avevo inteso io. Ora mi appare con un significato diverso, soprattutto se lo confrontiamo con altre uscite di nostri politici verso capi di stato europei.

Happy Valentine’s Day!

Questo amore
Così violento
Così fragile
Così tenero
Così disperato
Questo amore
Bello come il giorno
Cattivo come il tempo
Quando il tempo e cattivo
Questo amore così vero
Questo amore così bello
Così felice
Così gioioso
Così irrisorio
Tremante di paura come un bambino quando e buio
Così sicuro dì sé
Come un uomo tranquillo nel cuore della notte
Questo amore che faceva paura
Agli altri
E li faceva parlare e impallidire
Questo amore tenuto d’occhio
Perché noi lo tenevamo d’occhio
Braccato ferito calpestato fatto fuori negato cancellato
Perché noi l’abbiamo braccato ferito calpestato fatto fuori negato cancellato
Questo amore tutt’intero
Così vivo ancora
E baciato dal sole
E’ il tuo amore
E’ il mio amore
E’ quel che e stato
Questa cosa sempre nuova
Che non e mai cambiata
Vera come una pianta
Tremante come un uccello
Calda viva come l’estate
Sia tu che io possiamo
Andare e tornare possiamo
Dimenticare
E poi riaddormentarci
Svegliarci soffrire invecchiare
Addormentarci ancora
Sognarci della morte
Ringiovanire
E svegli sorridere ridere Il nostro amore non si muove
Testardo come un mulo
Vivo come il desiderio
Crudele come la memoria
Stupido come i rimpianti
Tenero come il ricordo
Freddo come il marmo
Bello come il giorno
Fragile come un bambino
Ci guarda sorridendo
Ci parla senza dire
E io l’ascolto tremando
E grido
Grido per te
Grido per me
Ti supplico
Per te per me per tutti quelli che si amano
E che si sono amati
Oh sì gli grido
Per te per me per tutti gli altri
Che non conosco
Resta dove sei
Non andartene via
Resta dov’eri un tempo
Resta dove sei
Non muoverti
Non te ne andare
Noi che siamo amati noi t’abbiamo
Dimenticato
Tu non dimenticarci
Non avevamo che te sulla terra
Non lasciarci morire assiderati
Lontano sempre più lontano
Dove tu vuoi
Dacci un segno di vita
Più tardi, più tardi, di notte
Nella foresta del ricordo
Sorgi improvviso
Tendici la mano
Portaci in salvo.

(Questo amore, Jacques Prevert)

 

Ancora su #Sanremo2019 ma poi basta

Non pensavo di dover tornare ancora sul Festival di Sanremo, ma ho letto commenti e dichiarazioni in merito alla vittoria di Mahmood che non possono essere lasciati senza precisazioni.

Io ho espresso la mia preferenza per Mahmood quando ancora nessuno avrebbe mai pensato ad una sua affermazione nella serata finale, non dico come vincitore ma neppure come piazzato. Leggetevi quanto avevo scritto nella notte tra venerdì e sabato. Vedrete che non solo scrivevo che mi piaceva la canzone “Soldi“, ma anche che trovavo banale e datata la canzone di Ultimo.

Il meccanismo di votazione del Festival, che tutti i partecipanti conoscevano, prevedeva che dopo una prima votazione per decretare la classifica dei 24 partecipanti, non sarebbe stata svelata l’effettiva posizione dei primi tre classificati, il podio insomma, che sarebbe stato nuovamente votato sempre dal televoto per il 50%, dalla sala stampa per il 30% e dalla giuria di esperti in sala per il 20%.

sorrisi.com svela il risultato delle votazioni:

Il televoto … è distribuito tra gli artisti: Ultimo … primo al televoto (19,25%) staccandosi rispetto alle serate precedenti da Il Volo (17,65%). Terza è Loredana Bertè con percentuale nettamente minore (9,49%) , mentre Mahmood è settimo con 3,49% nei voti telefonici, continuando anche se di poco a crescere tra il pubblico.

La giuria d’onore conferma in parte la tendenza della loro prima votazione. Il primo è Mahmood ma cambiano un po’ il podio: secondo è Daniele Silvestri, terza invece è Arisa. Motta diventa quarto. Pensate che Arisa nella quarta serata per i giurati esperti, era addirittura ottava.

La sala stampa in finale vuole come vincitrice Loredana Bertè (prima), mette al secondo posto Arisa (nonostante l’esibizione inficiata dalle non buone condizioni di salute della cantante) e sceglie come medaglia di bronzo Daniele SilvestriMahmood in questa occasione è quarto.

Nella classifica integrata delle giurie nella quinta serata, primo è Mahmood, secondo è Ultimo e terza è Loredana. Il Volo è solo quarto, ma grazie agli accumuli delle percentuali integrate delle serate precedenti, il trio sale di un gradino ed entra nel podio scalzando la Bertè. 

Le canzoni ai primi 3 posti sapete quindi quali erano: cosa avrebbero potuto votare giornalisti e giurati illustri se non massicciamente Mahmood visto che è chiaro che non avrebbero votato Il Volo e Ultimo che notoriamente non sono apprezzati dalla maggioranza degli esperti di musica? Non si è trattato di un “voto bulgaro” per Mahmood, come qualcuno ha scritto, ma di un voto praticamente obbligato, essendo limitato a soli tre nomi.

Detto questo direi che ora possiamo tornare ad occuparci di cose più importanti. Resta il fatto che mi spiace moltissimo che la felicità del ragazzo primo classificato sia stata sicuramente incrinata da tweet e post vergognosi.

Il podio che vorrei, così diverso da quanto mi aspettavo… da me

Chiudiamo il capitolo Sanremo.
Quante critiche ai cantanti ed alle canzoni di quest’anno! Invece io sono convinto che il livello fosse buono e il Festival mi ha fatto scoprire autori giovani che possono regalarci belle emozioni. Ovviamente se cerchiamo di mantenere la mente aperta e riusciamo a staccarci dalle melodie e dalle sonorità di quando eravamo giovani noi. In ogni caso a questo punto spero abbiano un buon successo:
Mahmood con “Soldi”, prima di tutto.

Poi Zen Circus con “L’amore è una dittatura”

Motta, con la sua “Dov’è l’Italia” da ascoltare con attenzione

Daniele Silvestri con “Argentovivo”

Achille Lauro con Rolls Royce

Mi son piaciuti anche gli Ex Otago e Ghemon.Insomma tutto il contrario di quanto mi sarei aspettato e, forse, vi sareste aspettati da me. Ovviamente ho apprezzato moltissimo anche il testo e l’interpretazione di Simone Cristicchi, ma musicalmente secondo me  la canzone è debole. Grande ammirazione anche per una super-in-forma Loredana Berté (ma ha cantato brani più belli), per la meravigliosa voce di Arisa (ma la canzone mi ricordava troppo “Dio è morto” e non solo) e, naturalmente, come sempre Patty Pravo che non-si-discute-si-ama (ma la prossima volta lasci a casa Briga e si faccia ospitare come super-ospite).  Inizialmente trovavo gradevole Ultimo, ma dopo qualche ascolto attento mi sembra banale e “vecchio”.

Come sempre non vincerà il migliore, ma … pazienza. Buon Festival.

Scaldiamo i motori

Ecco che comincia la settimana più faticosa dell’anno.

Vi ho già spiegato tutto l’anno scorso. Non è cambiato nulla e quindi ecco quanto avevo scritto:

Chi mi conosce lo sa. Sa che quello che racconterò ora è proprio vero. Ebbene sì, io ho una insana passione. Un interesse per qualcosa che so essere di basso livello ma che forse mi affascina proprio per quello. È una mania che mi porto dietro da quando ero proprio bambino. Ho ricordi vividi che risalgono al 1961, quando avevo 4 anni e sempre più “a fuoco” per gli anni successivi, senza soluzione di continuità fino ad oggi. Sull’argomento vanto una conoscenza non comune, di nessuna utilità, ma ormai l’ho acquisita. Avrete capito che sto parlando della manifestazione più discussa, più criticata, ma anche più vista che si tenga in Italia: il Festival di Sanremo. Da sempre seguo tutte le serate, Dopofestival compreso. Ma poiché vederlo da soli non è bello, costringo anche mia moglie a fare per 5 giorni le ore piccole. Insomma alla domenica siamo sempre due zombie da buttar via. Ma non c’è nulla da fare. È più forte di me. Quindi da martedì prossimo non telefonatemi dopo le 20.30 tanto non risponderei; non invitatemi da nessuna parte perché non c’è alcuna possibilità che io venga, a meno che non abbiate dei biglietti per assistere allo spettacolo direttamente dal Teatro Ariston: in quel caso potrei accettare, anche se è decisamente faticoso. Ho seguito “live”, per lavoro, numerosi Festival (dal 1980 al 1986 e poi più recentemente tra il 2003 e il 2008) e forse non ho più l’età per sopportare quel caos indescrivibile che si vive a Sanremo in quella settimana. Ma da casa lo seguo e non mi importa assolutamente di chi mi critica per questo. Del resto non sarà peggio che seguire il calcio 365 giorni l’anno, no?

Quindi… ci risentiamo nel fine settimana, se sopravvissuto. Bye.

 

Ancora su Prince Jerry

In merito al post di ieri “Uno di meno“, anche se il focus non era sui motivi che hanno spinto il giovane nigeriano al suicidio, ma sulle reazioni di alcune persone e sulla tristezza che comunque circonda queste giovani vite, poiché il giornale online Open (che apprezzo molto per la serietà delle inchieste e per la verifica delle notizie) ha pubblicato un articolo in cui esprime dubbi sul fatto che la tragedia possa essere riferita al Decreto Sicurezza,  mi sembra giusto riportare anche questo servizio, che potete leggere a questo link.

Uno di meno

Un amico ha scritto di aver sentito la frase del titolo al bar. Era riferita al ragazzo che lunedì scorso ha deciso di farla finita buttandosi sotto il treno alla Stazione di Tortona, la mia città. Forse per questo l’episodio mi colpisce più ancora di altri. “Uno di meno, ce ne sono tanti”: sì perché si trattava di un ragazzo nigeriano di 25 anni, un “migrante”, per molti solo un numero, un negro, una seccatura, una “rottura di coglioni”. Non “un ragazzo”, una persona con affetti, sofferenze, aspirazioni.

Come siamo arrivati a questa totale mancanza di sensibilità? Perché dobbiamo addebitare la colpa dei nostri fallimenti a persone ancora più sfortunate di noi?

Sulla vicenda di questo ragazzo è uscita ieri un’agenzia ANSA.

Un 25enne nigeriano, Prince Jerry, si è suicidato lunedì 28 gennaio a Tortona gettandosi sotto un treno dopo essersi visto negare il permesso di soggiorno per motivi umanitari. La notizia l’ha data monsignor Giacomo Martino, responsabile della Migrantes di Genova, in un messaggio alla chat dei propri parrocchiani, poi circolato ieri sera sui social e ripreso oggi da alcuni quotidiani. I funerali si terranno domani (oggi per chi legge questo post) alle 11.30 nella chiesa dell’Annunziata a Genova. 
“Cari tutti, ieri sono stato tutto il giorno a Tortona – è il messaggio inviato da monsignor Giacomo Martino alla chat dei parrocchiani -. Uno dei nostri ragazzi di Multedo, Prince Jerry, cui era stato opposto un diniego prima di Natale e scoprendo che non avrebbe potuto contare neppure sul permesso umanitario che è stato annullato dal recente Decreto, si è tolto la vita buttandosi sotto un treno. Ho dovuto provare a fare il riconoscimento di quanto era rimasto di lui. È stato un momento difficile ma importante perché ho ritenuto di doverlo accompagnare in questa sua ultima desolazione. Vi scrivo perché abbiamo deciso di portarcelo su a Coronata e seppellirlo nel cimitero lassù. Venerdì mattina alle 11:30, all’Annunziata, celebrerò il suo funerale. Quanti vorranno e potranno essere presenti sarete il segno dell’ ultimo abbraccio terreno a questa vita così desolata. Una preghiera per lui e la sua famiglia”.
Monsignor Giacomo Martino, responsabile della Migrantes di Genova, ha spiegato che il messaggio con l’annuncio della scomparsa di Prince Jerry era privato e pensato per restare tale, non volendo in alcun modo strumentalizzare la morte del giovane. “E’ impropriamente girato un mio post privato scritto ai membri più stretti della mia Comunità parrocchiale – ha scritto su Facebook -. Erano parole di dolore e di sofferenza personale confidate a degli amici. Avevo scelto di non parlare di Prince Jerry per rispettare il dolore della sua morte e desolazione. Vi sono indagini giudiziarie che stanno stabilendo esattamente i fatti ed eventuali responsabilità. Non desidero in nessun modo che questo ragazzo e la sua triste storia vengano strumentalizzate per discorsi diversi da quelli di compassione per una vita stroncata e di un lungo sogno interrotto”. Prince Jerry era nato nei pressi di Benin City ed era arrivato il 16 giugno 2016 sulle coste siciliane. Già dal quel mese era arrivato a Genova. Chi l’ha conosciuto riferisce che parlava benissimo italiano, faceva volontariato con i ragazzi delle Scuole della Pace e per iniziative come lo Staccapanni della Caritas. “Un ragazzo speciale e straordinario, molto sensibile e anche colto. Era laureato e amava conoscere e apprendere”, ha ricordato don Giacomo. “Aveva fatto richiesta di asilo politico, ma non era stata accolta e lo aveva saputo alla metà di dicembre, il 17 per la precisione. E non rientrava in quello status, non più previsto dalle norme, che prima garantivano il permesso umanitario”.

Beh, io, da papà, ma anche da cittadino, provo una grande tristezza. Ma anche tanta rabbia. Una vita quanti voti varrà? E riesce ancora a dormire chi ha voluto questa situazione?

Quando le fake news sono del servizio pubblico

Non ho visto e non vedrò il nuovo programma di Rai Due Sovranista “Povera Patria“, anche se il titolo è senza dubbio azzeccato per il periodo che stiamo vivendo. Mi basta l’articolo che Sergio Rizzo ha pubblicato sul Corriere e che vi invito a leggere, soprattutto se voi avete visto – e magari creduto – a tale programma.

La svolta della seconda rete della tivù pubblica diretta da Carlo Freccero è stata marcata indelebilmente dalla puntata andata in onda venerdì sera di “Povera Patria”, titolo copiato da una bella canzone di Franco Battiato. Tema: il signoraggio bancario, ossia la presunta speculazione sul costo di emissione della moneta orchestrata dalle banche centrali, a cui si dovrebbe attribuire la responsabilità del nostro enorme debito pubblico. Non sarebbe nemmeno il caso di sprecarci una parola, tanto quelle teorie sono strampalate, se non fosse che la seconda rete della Rai è pagata dai contribuenti con il canone: certo non per un capriccio del legislatore, ma perché svolga un servizio pubblico.

E come si possa definire servizio pubblico una trasmissione che senza basi scientifiche propaganda tesi in linea con quelle filosofie complottiste ingredienti fondamentali del brodo di coltura nel quale si è formato una bella fetta del nostro attuale sistema politico, lo dice l’indignazione degli economisti riversatasi prontamente sui social media. A questo punto non ci potremmo stupire se le prossime puntate fossero dedicate alle cospirazioni pluto-giudaico-massoniche già evocate da un parlamentare: non il solo a pensarla così, né purtroppo isolato dal suo partito dopo il fattaccio. Oppure alle macchinazioni delle lobby di Bilderberg. O anche, perché no, alle scie chimiche. Per non parlare della controversa missione lunare dell’Apollo 11 che secondo un sottosegretario del governo in carica non sarebbe mai avvenuta: gli ascolti andrebbero in orbita.

Nella sua lunga storia la Rai ha vissuto purtroppo momenti non proprio scintillanti. Momenti in cui le pagine più belle del servizio pubblico venivano mortificate dal servilismo (spesso anche volontario) verso i potenti di turno che muovevano le pedine dell’azienda a loro piacimento: dai direttori di rete a quelli di testata. E sinceramente pensavamo di aver visto di tutto, ma non una metamorfosi simile da parte di chi sbraitava contro la lottizzazione e l’occupazione partitica delle reti: salvo poi comportarsi come tutti gli altri. Non c’è mattino, pomeriggio o serata che trascorra senza che uno dei leader, meglio se entrambi, o in alternativa un ministro, oppure un semplice peone dei due partiti al governo occupi gli schermi della Rai (e non solo). Proprio come accadeva quando al governo c’erano il centrodestra o il centrosinistra. Nulla di nuovo sotto il sole, quindi. Con la differenza che mai la tivù pubblica si era tanto impegnata a sdoganare cialtronerie.

Povera Patria, davvero.

Sdoganare l’ignoranza? … se serve…

Mi direte: è già stato fatto. Giusto, lo so. Ma quello che ora ci dice la prestigiosa Accademia della Crusca, io proprio non posso accettarlo. Non solo non userò mai espressioni come “Esci il cane”, “Siedi il bambino”, “Sali la spesa” ma continuerò a segnalarli come errori se qualcuno oserà utilizzare queste espressioni in mia presenza! Sì perché secondo Vittorio Coletti, appunto dell’Accademia, sono frasi, diffuse un tempo solo nel sud Italia, ora accettabili perché “evocano situazioni, per così dire, tutte di ambito domestico, spesso caratterizzato da rapidità di linguaggio per affrontare determinate circostanze, per esempio quando c’è urgenza di far sedere, mettere seduto, posare su una sedia o un divano un bambino, magari piangente“. Certo perché tra “fai sedere il bambino” o “siedi il bambino” sai quanti microsecondi si risparmiano? Quindi, secondo La Crusca, si può usare il verbo sedere come transitivo?  “Si può rispondere di sì, ormai è stata accolta nell’uso, anche se non ha paralleli in costrutti consolidati con l’oggetto interno come li hanno salire o scendere (le scale, un pendio). Non vedo il motivo per proibirla…” Io dico che lo proibisce il buon gusto e forse anche il buon senso. No: sarò anziano, anzi vecchio, ma non mi convinceranno MAI. Pare che, dopo le polemiche, ci sia stata una sorte di… “ritrattazione” … meno male (anzi. è stato detto che c’è stato un totale fraintendimento da parte dei giornalisti). Però devo dire che se striscioni come questi  fossero utili per far capire il concetto a persone poco acculturate, beh… allora va bene.