I consigli di chi l’ha vissuto

Quando io e mia moglie eravamo in ospedale per il covid, mi sono detto: ‘Ho 63 anni, il diabete di tipo 2, mi è stato messo uno stent al cuore, non sono proprio il candidato ideale. Ho avuto dolori paralizzanti, ero sempre affaticato e non riuscivo a concentrarmi su niente per più di 12 minuti.

Mia moglie ha perso il senso del gusto e dell’olfatto, aveva una forte nausea, e una febbre molto più alta della mia. Il nostro disagio a causa del virus è durato praticamente due settimane, abbiamo avuto reazioni molto diverse, ed è stato strano.

Ci sono davvero solo tre cose che tutti dobbiamo fare: indossare una mascherina, mantenere il distanziamento sociale, lavarsi le mani.
So che a livello sociale questo è stato politicizzato, ma non capisco. Non capisco come si possa abbassare lo sguardo e dire: ‘Non voglio fare la mia parte’.”

Tom Hanks

Capito, per favore?

Fossi ricco

Vi ho già parlato di lui qualche tempo fa ma mi fa piacere segnalarvelo di nuovo. Si chiama Nicolò Protto, in arte solo Protto, ed è un cantautore, oltre che ottimo musicista. E’ da qualche giorno disponibile la sua ultima “fatica”; un brano di cui è autore sia della musica che del testo, che si intitola “Fossi Ricco“. Nicolò poco tempo fa è stato tra gli ospiti del Premio Bindi 2020 dove ha riscosso un vero successo.
Fossi ricco mi piace davvero e spero possa piacere anche a voi!

“Fossi ricco” è un singolo di PROTTO (Transeuropa Recordings, 2020).
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Video by LOH Photography
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Riprese, montaggio e regia di Andrea Sproccati ed Edoardo Puglis
Soggetto di Nicolò Protto, Andrea Sproccati ed Edoardo Puglisi

Parole e musica di Nicolò Protto
Arrangiato e prodotto da PROTTO e Fabrizio Cit Chiapello
Registrato e mixato presso Transeuropa Recordings Studio (Torino)
Mastering di Claudio Giussani (Energy Mastering)

Contatti
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Chi è che comanda qua dentro?

Circola sul web questo post. L ‘autore pare essere Stefano Sorci. Io non so se sia vero, ma credo di sì. E comunque è decisamente credibile e … un po’ inquietante. Si riferisce, come è chiaro, ai presunti assassini di Willy.

I ragazzi alla ribalta delle cronache sono stati anche da me, era una sera d’inizio estate.
È stata una mezz’ora, sul tardi, e non è successo nulla di particolare. Eppure, tutti i presenti, quella mezz’ora se la ricordano bene. Anzi, ne ricordano bene i primi dieci minuti, quelli sufficienti a fargli passare la voglia di restare. Eravamo seduti tutti fuori, e ci siamo girati improvvisamente a guardare il suv che sbucava dall’arco a tutta velocità per poi inchiodare a due metri dai tavolini. Sono scesi in 5 col classico atteggiamento spavaldo di chi a 25 anni gira col suv, in gruppo, coi capelli tinti, le catene al collo, i vestiti firmati, i bicipiti tirati a lucido e le sopracciglia appena disegnate. Quando fai il mio lavoro da anni, ti accorgi che su quella storia dell’abito e del monaco qualcuno ci ha ricamato sopra allegramente. È calato subito il silenzio, sono stato costretto ad alzarmi quando ho sentito un poco promettente “chi è che comanda qua dentro?” detto dal primo che si era affacciato sulla porta. Sono andato verso il bancone senza neanche rispondere, mentre loro mi seguivano dicendo “ah, ecco, comanda lui, è questo qua”. Poi è iniziato il giro di strette di mano, di quelli “ci tengo a dirti chi sono e devo capire chi sei tu”. Hanno iniziato a fare mille domande, prima sugli orari di apertura di tutti i locali del paese, poi sulle birre, sul modo in cui si lavano i bicchieri, sulla quantità della schiuma… c’era un’atmosfera pesantissima, era una conversazione di quelle finte che girano intorno a qualcosa, sembrava un film di Tarantino ed io mi sentivo come Brett che spiega a Samuel L. Jackson la provenienza del suo hamburger, prima di sentirsi recitare Ezechiele a memoria. Ho visto con la coda dell’occhio tutti i tavoli fuori svuotarsi, le persone buttare un occhio dentro e andar via, e, mentre cercavo di rispondere alle domande, loro hanno iniziato a fare una gara di rutti sopra la mia voce a cui non ho reagito in nessun modo. Non contenti del mio restare impassibile, hanno proseguito la provocazione iniziando a rimproverarsi a vicenda, “non si fa così, non ci facciamo riconoscere, se ruttiamo poi sembra che manchiamo di rispetto a lui che comanda! Dobbiamo chiedere scusa!”. Ho servito le birre come nulla fosse, e ricordo bene l’espressione di quello che ha messo mano al portafogli e mi ha chiesto “quant’è”, senza il punto di domanda e senza guardarmi. La stessa espressione che rivedo in ogni post di questi giorni. Hanno bevuto, hanno fatto casino, hanno brindato, hanno ruttato e sono ripartiti sgommando col Suv, come cani che hanno appena pisciato su un territorio nuovo e se ne vanno soddisfatti. Ho chiuso a chiave e mi sono diretto a casa, ho iniziato a tranquillizzarmi soltanto lì. Ho pensato con rabbia alla mia vigliaccheria, al mio non aver proferito parola, al mio averli serviti con educazione mentre mi mancavano palesemente di rispetto in casa mia, e anche al fatto che avevano la metà dei miei anni. Ho pensato che avevo soltanto chinato il capo davanti alla prepotenza. Poi ho sperato di non vederli più, perché se fossero tornati non avrei sicuramente reagito neanche la seconda volta, e ho pensato che avevo avuto paura. Semplicemente. Tristemente. Oggi, ripensandoci alla luce dei fatti recenti, forse non me ne vergogno più, provo solo una stima enorme per Willy e per la sua sterminata mole di coraggio racchiusa in uno scricciolo d’uomo. E so che non c’entrano Gomorra, Tarantino, Romanzo Criminale, non c’entrano internet, la Trap o le arti marziali, così come ai tempi miei non c’entravano Dylan Dog, il Rap, le sale giochi. C’entrano le istituzioni, c’entrano i genitori, c’entra la scuola, la storia è sempre la stessa, ma non la studiamo mai. Il resto sono stronzate, e cercare dei colpevoli ci alleggerisce sempre. Io me la ricordo quella mattina in terza elementare, quando non ho saputo elencare a memoria le province del Piemonte, me li ricordo quei pomeriggi in lacrime a scrivere quaderni di verbi e coniugazioni, me le ricordo le parole di mia madre quando ho preso quel 3 al compito di latino, e ricordo pure la sua espressione quando a 16 anni mi ha beccato un giornaletto pornografico sotto al letto, ricordo le raccomandazioni di mio fratello più grande quando mi diceva che alla scuola pubblica sarebbe stato tutto diverso, e ricordo quando i miei gli trovarono un pacchetto di cartine nelle tasche dei jeans, ricordo mio padre di notte sul divano, nero di rabbia, che fumava e non mi salutava quando a 20 anni tornavo a casa in ritardo su un coprifuoco che trovavo assurdo. Ricordo i loro occhi dopo aver discusso la mia tesi di laurea, e poi la loro faccia quando ho stappato una bottiglia di prosecco per festeggiare, sapendo che sarei tornato a casa tardi e in macchina. Ricordo i loro sacrifici per comprarmela, quella macchina usata che conservo ancora oggi e che in un bilancio familiare di 4 persone e uno stipendio da infermiere proprio non poteva starci. Credo di aver preso un solo schiaffo da loro, in tutta la mia vita, ma non me ne sono mai serviti altri. Mi è servito il loro esempio, ho avuto bisogno dei loro insegnamenti, delle loro rinunce per permettermi di studiare. Siamo tutti figli di una società, ma soprattutto siamo tutti figli, e la società la facciamo noi. Chiudiamo la bocca e apriamo le orecchie, magari troveremo anche il tempo di leggere un buon libro, potremmo continuare ad aver paura ma essere comunque dei piccoli eroi”.

 

Politici e “saltimbanchi”

Il 13 maggio scrivevo questo post:
Il decreto Aprile è diventato prima decreto Maggio e poi senza pudore si è deciso di cambiare nome completamente. Dell’App Immuni si sono perse le tracce. I tamponi per tutti sono sempre un miraggio. Gli aiuti non arrivano sul conto corrente di quasi nessuno. Le mascherine a 0.50 sono state annunciate già almeno 4 volte ma sono sempre introvabili. Ma ci dicono di aver pazienza: arriveranno. In ritardo ma arriveranno. Ma perché? Perché i nostri politici non sono in grado di attuare una seria programmazione e di farla rispettare? A questo punto esigo che si rivaluti completamente il nostro mondo dello spettacolo. Qualcuno quando pensa ai lavoratori dello spettacolo ci chiama ancora “saltimbanchi” e ci chiede: “sì ma di lavoro vero cosa fai?” Io lavoro professionalmente nell’ambiente teatrale dal 1990, ma anche nei dieci anni precedenti ho svolto diverse funzioni sempre legate allo spettacolo. Ebbene in 40 anni credo che le volte in cui ho visto rinviare la messa in scena o in onda di uno spettacolo rispetto a quanto annunciato si possano contare sulle dita di una mano, ma veramente eh, non tanto per dire. D’altra parte pensateci anche voi: avete memoria, che so, di un Festival di Sanremo rinviato perché qualcosa non era pronto? Di una Notte degli Oscar sospesa perché le statuette non erano state approntate in tempo? Insomma si va in scena quando si è programmato di andarci perché il pubblico, che ha pagato un biglietto, ha diritto di vedere lo spettacolo e non si può dire “non siamo pronti ma lo saremo”. Perché allora permettiamo che ce lo dicano i politici, di cui noi siamo il pubblico che ha pagato molto più di un biglietto, in tasse e non solo? È proprio una questione di mentalità, secondo me, che si acquisisce facendo questo lavoro, che permette di arrivare nel 99.99 per cento delle volte in tempo per quanto ci si è prefissi. Smettiamola quindi di considerarci – parlo di chi lavora per lo spettacolo – come lavoratori di livello inferiore. Forse potremmo addirittura fare da consulenti a questa classe politica (e ai loro collaboratori burocrati che passano da governo a governo e che spesso detengono il vero potere) insegnando il dovere del rispetto dei tempi ed un metodo per ottenerlo, soprattutto dopo che si è fatto un annuncio che include una data specifica.  Mi direte che in questo frangente si sono verificate condizioni eccezionali mai viste prima. D’accordo. Ma ora si esagera decisamente con i ritardi, considerando il numero di persone impiegate nelle varie task-force (chiamarle commissioni pareva brutto eh). E ci sono eventi, tipo le Olimpiadi con la loro cerimonia di apertura, che certo presentano una complessità enorme, ma non mi pare sia mai accaduto non si siano svolte nelle date previste.
Quindi sì, possiamo affermare decisamente che i “saltimbanchi” sono più affidabili dei politici e loro collaboratori. Politici  e collaboratori che molto spesso sono veramente “ciarlatani”.

La Mostra del Cinema di Venezia si è svolta regolarmente anche quest’anno come da programma, pur con tutte le limitazioni imposte dalle misure anti-Covid, ad esempio.
Oggi comincia la scuola. Da cosa si sente dire non pare sia proprio tutto tutto pronto…  Resto convinto del mio pensiero: i “saltimbanchi” sono più affidabili dei politici.

Un Salvini per tutte le occasioni

Apprendo da numerose testate giornalistiche che oggi pomeriggio il Leader della Lega Matteo Salvini si lancerà da un aereo con il paracadute per atterrare ad Arezzo. Un lancio da quasi 5 mila metri per fare pubblicità al partito in occasione delle elezioni regionali. Dopo Salvini Poliziotto, Salvini marinaio, Salvini pompiereSalvini operatore sanitario, Salvini bagnante (il travestimento più riuscito) e tanti altri , ecco finalmente Salvini parà, il più atteso da tutti.
E no: non aggiungo altro.

Per il lancio della campagna elettorale della Lega in Toscana (anche se di fatto è già iniziata) non ci poteva essere escamotage più curioso. Quale? Un lancio da quasi 5 mila metri con il paracadute sui cieli di Arezzo. Protagonista il leader del Carroccio, Matteo Salvini, che giovedì pomeriggio salirà a bordo di un aereo e con l’assistenza di un parà esperto, Marco Curcio, consigliere della lega di Prato, e si getterà nel vuoto. Non sarà solo, il Matteo Volante, lo seguiranno ex militari della Folgore, politici e compagni di partito. Tra questi Giovanni Galli, ex portiere di Milan, Fiorentina e Nazionale attuale capolista del Carroccio nel collegio di Firenze città. E ancora il coordinatore della Lega toscana Daniele Belotti, bergamasco con brevetto di parà, e la senatrice Tiziana Nisini. La notizia, anticipata dalla Nazione, ha suscitato non poco scalpore e anche quale ironia toscana. Anche perché sembra che la battagliera Susanna Ceccardi, eurodeputata e candidata governatore della Toscana per il Carroccio, abbia declinato l’invito al lancio. Ad attendere a terra Salvini una schiera di leghisti con bandiere ed effigi di Alberto da Giussano con spadone ma senza paracadute che faranno gran festa. La coreografia è già pronta e promette meraviglie e qualche sorpresa. L’unica incertezza è quella del tempo che per giovedì dà qualche nuvola in arrivo e un po’ di vento. (Marco Gasperetti – Corriere della Sera)

Ma una persona normale può rischiare la vita per un po’ di voti?

ULTIMORA : Pare che abbia… rimandato l’impresa. Staremo a vedere.

Bruciamo le mascherine

Non potevo aspettare per proporvelo, qualora non l’aveste visto. Non potevo inorridire e intristirmi solo io davanti a tanta stupidità umana. Io sono allibito. E in più penso che queste persone… voteranno. Guardate il video e tenetevi forte.

Una tragedia di cui dobbiamo vergognarci

Nella terribile vicenda di Willy c’è un particolare che mi ha colpito e che ci fa capire quanto siamo caduti in basso. Il familiare dei presunti assassini che ha detto “In fin dei conti cos’hanno fatto? Niente. Hanno solo ucciso un extracomunitario“. Se qualcuno può arrivare a pensare e a dire senza vergogna una frase come questa, qualcuno che ha responsabilità politiche dovrebbe farsi un esame di coscienza. Non lo farà purtroppo.  Si limiterà a una frase di circostanza su twitter e poi tutto sarà come prima. Perché forse una coscienza non ce l’ha.

La lettura di oggi: Sull’aereo… senza biglietto

Un racconto che ha dell’incredibile… L’articolo è tratto da La Repubblica: leggetelo se ancora non ne siete a conoscenza.

“Era la mia prima volta in un aeroporto. Pensavo di poter accompagnare mia moglie fin sull’aereo, come su un treno, e siccome nessuno mi ha chiesto niente, lasciandomi passare, ho pensato che si potesse fare”. Marcello Cannale è il magazziniere 30enne di Bari, residente del quartiere di Ceglie del Campo, che il 28 agosto scorso ha superato tutti i varchi della zona imbarchi dell’aeroporto di Bari senza un biglietto.

Cominciamo dal principio. Dai tornelli elettronici che danno accesso alla zona imbarchi.
“Ho passato la carta d’imbarco di mia figlia e sono entrato con lei, non ricordo se era in braccio o davanti a me, e dopo è passata mia moglie. Poi, arrivato ai controlli di sicurezza, ho specificato più volte che non dovevo partire, ma è come se nessuno mi sentisse. Lì hanno controllato i miei effetti personali, sono passato sotto l’archetto con mia figlia e mia moglie e ci siamo diretti al gate”

E lì come siete passati?
“Abbiamo dato i documenti e le carte di imbarco di mia moglie e di mia figlia. Io ho detto che non dovevo partire, ma anche lì è come se non mi sentissero e ci hanno indicato la strada per la navetta”.

Ma a lei non hanno chiesto i documenti?
“No, io non ho mostrato alcun documento”.

E come è riuscito a passare?
“Non lo so nemmeno io, mi sono ritrovato sulla navetta. Ho detto che stavo accompagnando mia moglie sull’aereo con le valigie e sono passato”.

Quindi siete arrivati alla navetta.
“Anche a bordo del pullman ho ripetuto all’autista che io non dovevo partire, ma non ho avuto reazioni. Sono arrivato fin sulle scale che portano all’aereo per passare a mia moglie l’ultima valigia. Mi sono fermato sulle scale, mi sono girato e ho detto alla signora che stava salendo per staccare le scale che dovevo scendere. “Io non parto”. le ho detto. E lei: “Come, non devi partire?”. E io: “Non sto su questo volo”. Lei mi ha chiesto come fossi arrivato lì ed è successo il putiferio”.

Cioè?
“Hanno chiamato il responsabile della sicurezza, poi mi hanno portato all’ufficio della polizia e tutti che mi chiedevano: “Ma come hai fatto a passare?”. Non ho fatto nulla, sono semplicemente passato”.

Sapeva che non poteva farlo?
“No, vedevo che mi lasciavano passare e ho pensato che si potesse fare. Ho pensato che mi avrebbero fatto uscire da qualche altra parte, non pensavo che sarei uscito dall’ufficio della polizia”.

Era la sua prima volta in un aeroporto?
“Sì, non ho mai preso l’aereo e neanche mia moglie. Più di dire a ogni persona che ci controllava che non dovevo partire, non so cos’altro dovevo fare”.

E tutto questo le è costato una sanzione di 2 mila euro.
“Pensavo di non aver fatto nulla di male e invece siamo arrivati a questo, con 2 mila euro di multa. Con il mio legale, l’avvocato Stefano Remine, presenteremo sicuramente un ricorso”.

Sua moglie come ha reagito?
“Mentre ero nell’ufficio della polizia mandavo messaggi a mia moglie, che ovviamente non poteva leggere perché in volo. Quando ha letto, poi, ha pensato che stessi scherzando. Insomma, è stato un volo inaugurale sicuramente da ricordare”.

Però una bella multa secondo me andrebbe soprattutto ai responsabili dei controlli, non vi pare?