La vecchiaia è un gioco dalla posta molto alta

Un esempio da seguire: «È stupefacente trovarmi ancora qui, alla fine di ogni giornata. Andare a letto di notte e pensare sorridendo che “ho vissuto un altro giorno”. E poi è stupefacente risvegliarsi otto ore dopo e vedere che è la mattina di un nuovo giorno, e sono sempre qui. “Sono sopravvissuto a un’altra notte”, penso, e mi viene da sorridere di nuovo. Vado a dormire sorridendo e sorridendo mi risveglio. Sono molto felice di essere ancora vivo. Da quando va così, di settimana in settimana, di mese in mese da quando sono andato in pensione, mi è nata l’illusione che quest’andazzo non finirà mai, anche se ovviamente lo so che può finire da un momento all’altro. È come un gioco che faccio giorno dopo giorno, un gioco dalla posta molto alta che per ora, contro ogni previsione, continuo a vincere. Vedremo quanto andrà ancora avanti la mia fortuna». Ho trovato questa frase che lo scrittore Philip Roth (nella foto) ha pronunciato in un’intervista a Charles McGrath del New York Times e ripresa da Il Post, e mi ha particolarmente colpito. Io da qualche anno non sono più ottimista. Lo ero, lo ero molto, e solo da un po’ di anni mi sono reso conto, da solo, di non esserlo più. Ma questo pensiero, di un uomo di 84 anni, è decisamente ammirevole e illuminante. Spero di riuscire a farne tesoro, almeno per il futuro.

Cara Italia

I più giovani sicuramente l’avranno già ascoltata. Io l’ho scoperta solo ieri, ma comunque il video ha solo qualche giorno. Sto parlando di “Cara Italia”, una canzone di Ghali, rapper di origini tunisine nato a Milano. Il video, su YouTube, risulta essere il più visto di un artista italiano nelle prime ventiquattro ore, è quello con il maggior numero di commenti, il maggior numero di mi piace, il maggior numero di iscrizioni in ventiquattro ore. Ora ha circa 8 milioni di visualizzazioni. Ghali ha scritto questo brano come un vero atto d’amore verso il suo paese, l’Italia, che ha definito “la mia dolce metà”. E ha dichiarato Cara Italia, ho scritto ‘sei la mia dolce metà’ perché è davvero così. Tu mi hai visto nascere, mi hai cresciuto e ora che in ogni tuo angolo gridano il mio nome come posso voltarti le spalle? “Ti voglio bene”, dice Ghali per concludere la sua lettera all’Italia, alla quale chiede soprattutto: “Non vedermi come un nemico“. Il fatto che la canzone stia avendo tra i giovani un così grande seguito lo vedo, lo voglio vedere come un segnale positivo.

Ecco perché non divento “virale”

Questo blog sarà sempre per pochi e non diventerà mai virale. Io non dispenserò mai consigli che rendono famosi. Come quello di Gwyneth Paltrow, ad esempio. L’hanno riportato molti media nei giorni scorsi. L’attrice dal suo blog di lifestyle “Goop” ha lanciato un metodo per depurarsi dopo le feste decisamente inusuale, anche se non nuovo: farsi un bel clistere… al caffè.  L’idea è stata da molti criticata, anche perché pare appurato da qualche secolo che si tratti di un’idiozia e che sia anche molto dannoso. Secondo me era evidente alla prima lettura che si trattasse di un consiglio senza senso, ma la proposta ha trovato eco nella stampa di tutto il mondo e giornali autorevoli come il Guardian, l’Huffington Post e il Washington Post hanno pure perso tempo a scriverne su pro (assenti) e contro (moltissimi). Con questo sistema, comunque, il blog della signora Paltrow ha avuto molta pubblicità. Io cosa posso consigliare? Che mi piacciono i grissini nel tè al limone mi pare un po’ poco, che dite?

Diversi punti di vista

Ieri sera ancora un bel momento di televisione pubblica con l’intervista che Fabio Fazio su Raiuno ha rivolto alla neo senatrice a vita Liliana Segre. Una donna che con la sua compostezza, la sua intelligenza, la sua lucidità,  ed anche con la sua eleganza di esposizione, ha offerto una testimonianza che mi auguro faccia riflettere tutti, ma soprattutto quelli che avevano criticato la sua nomina da parte del Presidente della Repubblica.

Poi, purtroppo, ho letto sul Corriere della sera: «La sindaca leghista di Gazzada Schianno (Varese), Cristina Bertuletti (foto sopra), ha pubblicato nella sua bacheca privata di Facebook, visibile agli amici del popolare social network, una frase offensiva alla ricorrenza: «Visto che è il giorno della memoria…ricordate d’andare a pijarlo ‘nculo”» . Ora: come è possibile che una cittadina, anche un piccolo paese, possa essere guidato da una persona che non si rende conto che non si possono scrivere cose simili, neppure da privato cittadino ma maggiormente se si rappresentano le istituzioni, neppure su una bacheca privata di un social network? E attenzione: in questo caso non ne faccio una questione “politica”, non mi interessa che la sindaca in questione sia leghista, perché purtroppo la maleducazione, l’ignoranza (nel senso di non conoscere, in questo caso le norme di comportamento civile) purtroppo ormai risiedono in tutti gli schieramenti.  Certo: la siognora in questione pare avvezza a manifestazioni un po’… originali diciamo. Tempo fa pare si sia presentata in Consiglio Comunale vestita da Fata Turchina. Ma era Carnevale e tutti i consiglieri l’hanno seguita mascherandosi. Viva l’Italia!

La giornata della memoria

“Lo racconto sempre ai ragazzi perché devono sapere, e quando si passa in una stazione qualsiasi e si vedono i vitelli o i maiali portati al mattatoio, penso sempre che io sono stata uno di quei vitelli, uno di quei maiali”.
“Vivevamo immersi nella zona grigia dell’indifferenza. L’ho sofferta, l’indifferenza. Li ho visti, quelli che voltavano la faccia dall’altra parte. Anche oggi ci sono persone che preferiscono non guardare”.
“Più di 6000 ebrei italiani furono deportati ad Auschwitz. Siamo tornati in 363”.
Liliana Segre
27 gennaio – Giornata della memoria

Il francobollo

Capisco che ormai i francobolli siano usati molto poco, almeno dai privati. L’utilizzo della posta elettronica, degli SMS, di WhatsApp hanno soppiantato quasi del tutto posta tradizionale. Ma ci sono casi in cui ancora se ne ha bisogno o è preferibile usare un biglietto con francobollo. Ad esempio, secondo me, per porgere le condoglianze, se non si ha abbastanza confidenza per farlo con un messaggio telefonico. Mi è capitato appunto qualche giorno fa di dover comprare un francobollo. Non pensate che sia semplicissimo. Inizialmente, fiducioso, mi sono recato da un classico “tabaccaio” che esponeva la consueta insegna con la “T” e la scritta “tabacchi e valori bollati”. La simpatica commessa alla mia richiesta si è messa quasi a ridere dicendo “Ma no, noi non li teniamo!”. Ah bene: e allora perché fuori c’è scritto “valori bollati”? Io capisco che sia un po’ una scocciatura con un guadagno probabilmente minimo e sia molto più remunerativo vendere le sigarette, ma se si ha una licenza e si fa un lavoro per conto dello Stato mi parrebbe giusto prendersi onori ed oneri. E credo che lo Stato dovrebbe anche controllare che le rivendite cui ha rilasciato le licenze rispettino i termini stabiliti. Ma forse anche allo Stato interessano maggiormente i guadagni fatti con le sigarette – su cui fa scrivere che fanno male – che offrire un servizio utile ed efficiente ai propri cittadini. Comunque non pensate che al secondo tentativo sia andata bene: in quel caso la risposta è stata “Li abbiamo finiti”, ma io credo che anche quella sia una risposta solo meglio studiata per evitare critiche. Critiche che comunque mi sentirei di fare in ogni caso: il negozio era stipato di sigarette fino all’inverosimile. Di quelle sicuramente il titolare non rimarrà mai senza. Perché invece mettersi nelle condizioni di non poter fornire un servizio comunque importante? Tante domande che resteranno sicuramente senza risposta. Per fortuna esiste la posta elettronica.

La verità vi farà liberi

Oggi voglio proporvi il messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Io l’ho letto per caso e trovo che sia davvero, come qualcuno ha scritto, una vera e propria lezione di giornalismo. Il titolo è “La verità vi farà liberi”, che è una frase del Vangelo di Giovanni. Il sottotitolo, esplicativo e moderno, è “Fake news e giornalismo di pace“. Davvero un’analisi lucida con punti di vista a cui non avevo pensato. Spero abbiate piacere di leggerlo come è capitato a me.

« La verità vi farà liberi (Gv 8,32).
Fake news e giornalismo di pace»

Cari fratelli e sorelle,

nel progetto di Dio, la comunicazione umana è una modalità essenziale per vivere la comunione. L’essere umano, immagine e somiglianza del Creatore, è capace di esprimere e condividere il vero, il buono, il bello. E’ capace di raccontare la propria esperienza e il mondo, e di costruire così la memoria e la comprensione degli eventi. Ma l’uomo, se segue il proprio orgoglioso egoismo, può fare un uso distorto anche della facoltà di comunicare, come mostrano fin dall’inizio gli episodi biblici di Caino e Abele e della Torre di Babele (cfr Gen 4,1-16; 11,1-9). L’alterazione della verità è il sintomo tipico di tale distorsione, sia sul piano individuale che su quello collettivo. Al contrario, nella fedeltà alla logica di Dio la comunicazione diventa luogo per esprimere la propria responsabilità nella ricerca della verità e nella costruzione del bene. Oggi, in un contesto di comunicazione sempre più veloce e all’interno di un sistema digitale, assistiamo al fenomeno delle “notizie false”, le cosiddette fake news: esso ci invita a riflettere e mi ha suggerito di dedicare questo messaggio al tema della verità, come già hanno fatto più volte i miei predecessori a partire da Paolo VI (cfr Messaggio 1972: Le comunicazioni sociali al servizio della verità). Vorrei così offrire un contributo al comune impegno per prevenire la diffusione delle notizie false e per riscoprire il valore della professione giornalistica e la responsabilità personale di ciascuno nella comunicazione della verità.

1. Che cosa c’è di falso nelle “notizie false”?

Fake news è un termine discusso e oggetto di dibattito. Generalmente riguarda la disinformazione diffusa online o nei media tradizionali. Con questa espressione ci si riferisce dunque a informazioni infondate, basate su dati inesistenti o distorti e mirate a ingannare e persino a manipolare il lettore. La loro diffusione può rispondere a obiettivi voluti, influenzare le scelte politiche e favorire ricavi economici.

L’efficacia delle fake news è dovuta in primo luogo alla loro natura mimetica, cioè alla capacità di apparire plausibili. In secondo luogo, queste notizie, false ma verosimili, sono capziose, nel senso che sono abili a catturare l’attenzione dei destinatari, facendo leva su stereotipi e pregiudizi diffusi all’interno di un tessuto sociale, sfruttando emozioni facili e immediate da suscitare, quali l’ansia, il disprezzo, la rabbia e la frustrazione. La loro diffusione può contare su un uso manipolatorio dei social network e delle logiche che ne garantiscono il funzionamento: in questo modo i contenuti, pur privi di fondamento, guadagnano una tale visibilità che persino le smentite autorevoli difficilmente riescono ad arginarne i danni.

La difficoltà a svelare e a sradicare le fake news è dovuta anche al fatto che le persone interagiscono spesso all’interno di ambienti digitali omogenei e impermeabili a prospettive e opinioni divergenti. L’esito di questa logica della disinformazione è che, anziché avere un sano confronto con altre fonti di informazione, la qual cosa potrebbe mettere positivamente in discussione i pregiudizi e aprire a un dialogo costruttivo, si rischia di diventare involontari attori nel diffondere opinioni faziose e infondate. Il dramma della disinformazione è lo screditamento dell’altro, la sua rappresentazione come nemico, fino a una demonizzazione che può fomentare conflitti. Le notizie false rivelano così la presenza di atteggiamenti al tempo stesso intolleranti e ipersensibili, con il solo esito che l’arroganza e l’odio rischiano di dilagare. A ciò conduce, in ultima analisi, la falsità.

2. Come possiamo riconoscerle?

Nessuno di noi può esonerarsi dalla responsabilità di contrastare queste falsità. Non è impresa facile, perché la disinformazione si basa spesso su discorsi variegati, volutamente evasivi e sottilmente ingannevoli, e si avvale talvolta di meccanismi raffinati. Sono perciò lodevoli le iniziative educative che permettono di apprendere come leggere e valutare il contesto comunicativo, insegnando a non essere divulgatori inconsapevoli di disinformazione, ma attori del suo svelamento. Sono altrettanto lodevoli le iniziative istituzionali e giuridiche impegnate nel definire normative volte ad arginare il fenomeno, come anche quelle, intraprese dalle tech e media company, atte a definire nuovi criteri per la verifica delle identità personali che si nascondono dietro ai milioni di profili digitali.

Ma la prevenzione e l’identificazione dei meccanismi della disinformazione richiedono anche un profondo e attento discernimento. Da smascherare c’è infatti quella che si potrebbe definire come “logica del serpente”, capace ovunque di camuffarsi e di mordere. Si tratta della strategia utilizzata dal «serpente astuto», di cui parla il Libro della Genesi, il quale, ai primordi dell’umanità, si rese artefice della prima “fake news” (cfr Gen 3,1-15), che portò alle tragiche conseguenze del peccato, concretizzatesi poi nel primo fratricidio (cfr Gen 4) e in altre innumerevoli forme di male contro Dio, il prossimo, la società e il creato. La strategia di questo abile «padre della menzogna» (Gv 8,44) è proprio la mimesi, una strisciante e pericolosa seduzione che si fa strada nel cuore dell’uomo con argomentazioni false e allettanti. Nel racconto del peccato originale il tentatore, infatti, si avvicina alla donna facendo finta di esserle amico, di interessarsi al suo bene, e inizia il discorso con un’affermazione vera ma solo in parte: «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino?”» (Gen 3,1). Ciò che Dio aveva detto ad Adamo non era in realtà di non mangiare di alcun albero, ma solo di un albero: «Dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare» (Gen 2,17). La donna, rispondendo, lo spiega al serpente, ma si fa attrarre dalla sua provocazione: «Del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”» (Gen 3,2). Questa risposta sa di legalistico e di pessimistico: avendo dato credibilità al falsario, lasciandosi attirare dalla sua impostazione dei fatti, la donna si fa sviare. Così, dapprima presta attenzione alla sua rassicurazione: «Non morirete affatto» (v. 4). Poi la decostruzione del tentatore assume una parvenza credibile : «Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male» (v. 5). Infine, si giunge a screditare la raccomandazione paterna di Dio, che era volta al bene, per seguire l’allettamento seducente del nemico: «La donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile» (v. 6). Questo episodio biblico rivela dunque un fatto essenziale per il nostro discorso: nessuna disinformazione è innocua; anzi, fidarsi di ciò che è falso, produce conseguenze nefaste. Anche una distorsione della verità in apparenza lieve può avere effetti pericolosi.

In gioco, infatti, c’è la nostra bramosia. Le fake news diventano spesso virali, ovvero si diffondono in modo veloce e difficilmente arginabile, non a causa della logica di condivisione che caratterizza i social media, quanto piuttosto per la loro presa sulla bramosia insaziabile che facilmente si accende nell’essere umano. Le stesse motivazioni economiche e opportunistiche della disinformazione hanno la loro radice nella sete di potere, avere e godere, che in ultima analisi ci rende vittime di un imbroglio molto più tragico di ogni sua singola manifestazione: quello del male, che si muove di falsità in falsità per rubarci la libertà del cuore. Ecco perché educare alla verità significa educare a discernere, a valutare e ponderare i desideri e le inclinazioni che si muovono dentro di noi, per non trovarci privi di bene “abboccando” ad ogni tentazione.

3. «La verità vi farà liberi» (Gv 8,32)

La continua contaminazione con un linguaggio ingannevole finisce infatti per offuscare l’interiorità della persona. Dostoevskij scrisse qualcosa di notevole in tal senso: «Chi mente a sé stesso e ascolta le proprie menzogne arriva al punto di non poter più distinguere la verità, né dentro di sé, né intorno a sé, e così comincia a non avere più stima né di sé stesso, né degli altri. Poi, siccome non ha più stima di nessuno, cessa anche di amare, e allora, in mancanza di amore, per sentirsi occupato e per distrarsi si abbandona alle passioni e ai piaceri volgari, e per colpa dei suoi vizi diventa come una bestia; e tutto questo deriva dal continuo mentire, agli altri e a sé stesso» (I fratelli Karamazov, II, 2).

Come dunque difenderci? Il più radicale antidoto al virus della falsità è lasciarsi purificare dalla verità. Nella visione cristiana la verità non è solo una realtà concettuale, che riguarda il giudizio sulle cose, definendole vere o false. La verità non è soltanto il portare alla luce cose oscure, “svelare la realtà”, come l’antico termine greco che la designa, aletheia (da a-lethès, “non nascosto”), porta a pensare. La verità ha a che fare con la vita intera. Nella Bibbia, porta con sé i significati di sostegno, solidità, fiducia, come dà a intendere la radice ‘aman, dalla quale proviene anche l’Amen liturgico. La verità è ciò su cui ci si può appoggiare per non cadere. In questo senso relazionale, l’unico veramente affidabile e degno di fiducia, sul quale si può contare, ossia “vero”, è il Dio vivente. Ecco l’affermazione di Gesù: «Io sono la verità» (Gv 14,6). L’uomo, allora, scopre e riscopre la verità quando la sperimenta in sé stesso come fedeltà e affidabilità di chi lo ama. Solo questo libera l’uomo: «La verità vi farà liberi» (Gv 8,32).

Liberazione dalla falsità e ricerca della relazione: ecco i due ingredienti che non possono mancare perché le nostre parole e i nostri gesti siano veri, autentici, affidabili. Per discernere la verità occorre vagliare ciò che asseconda la comunione e promuove il bene e ciò che, al contrario, tende a isolare, dividere e contrapporre. La verità, dunque, non si guadagna veramente quando è imposta come qualcosa di estrinseco e impersonale; sgorga invece da relazioni libere tra le persone, nell’ascolto reciproco. Inoltre, non si smette mai di ricercare la verità, perché qualcosa di falso può sempre insinuarsi, anche nel dire cose vere. Un’argomentazione impeccabile può infatti poggiare su fatti innegabili, ma se è utilizzata per ferire l’altro e per screditarlo agli occhi degli altri, per quanto giusta appaia, non è abitata dalla verità. Dai frutti possiamo distinguere la verità degli enunciati: se suscitano polemica, fomentano divisioni, infondono rassegnazione o se, invece, conducono ad una riflessione consapevole e matura, al dialogo costruttivo, a un’operosità proficua.

4. La pace è la vera notizia

Il miglior antidoto contro le falsità non sono le strategie, ma le persone: persone che, libere dalla bramosia, sono pronte all’ascolto e attraverso la fatica di un dialogo sincero lasciano emergere la verità; persone che, attratte dal bene, si responsabilizzano nell’uso del linguaggio. Se la via d’uscita dal dilagare della disinformazione è la responsabilità, particolarmente coinvolto è chi per ufficio è tenuto ad essere responsabile nell’informare, ovvero il giornalista, custode delle notizie. Egli, nel mondo contemporaneo, non svolge solo un mestiere, ma una vera e propria missione. Ha il compito, nella frenesia delle notizie e nel vortice degli scoop, di ricordare che al centro della notizia non ci sono la velocità nel darla e l’impatto sull’audience, ma le persone. Informare è formare, è avere a che fare con la vita delle persone. Per questo l’accuratezza delle fonti e la custodia della comunicazione sono veri e propri processi di sviluppo del bene, che generano fiducia e aprono vie di comunione e di pace.

Desidero perciò rivolgere un invito a promuovere un giornalismo di pace, non intendendo con questa espressione un giornalismo “buonista”, che neghi l’esistenza di problemi gravi e assuma toni sdolcinati. Intendo, al contrario, un giornalismo senza infingimenti, ostile alle falsità, a slogan ad effetto e a dichiarazioni roboanti; un giornalismo fatto da persone per le persone, e che si comprende come servizio a tutte le persone, specialmente a quelle – sono al mondo la maggioranza – che non hanno voce; un giornalismo che non bruci le notizie, ma che si impegni nella ricerca delle cause reali dei conflitti, per favorirne la comprensione dalle radici e il superamento attraverso l’avviamento di processi virtuosi; un giornalismo impegnato a indicare soluzioni alternative alle escalation del clamore e della violenza verbale.

Per questo, ispirandoci a una preghiera francescana, potremmo così rivolgerci alla Verità in persona:

Signore, fa’ di noi strumenti della tua pace.
Facci riconoscere il male che si insinua in una comunicazione che non crea comunione.
Rendici capaci di togliere il veleno dai nostri giudizi.
Aiutaci a parlare degli altri come di fratelli e sorelle.
Tu sei fedele e degno di fiducia; fa’ che le nostre parole siano semi di bene per il mondo:
dove c’è rumore, fa’ che pratichiamo l’ascolto;
dove c’è confusione, fa’ che ispiriamo armonia;
dove c’è ambiguità, fa’ che portiamo chiarezza;
dove c’è esclusione, fa’ che portiamo condivisione;
dove c’è sensazionalismo, fa’ che usiamo sobrietà;
dove c’è superficialità, fa’ che poniamo interrogativi veri;
dove c’è pregiudizio, fa’ che suscitiamo fiducia;
dove c’è aggressività, fa’ che portiamo rispetto;
dove c’è falsità, fa’ che portiamo verità.
Amen.

Meno odio sul web? E nella vita?

Pare che, dopo l’appello dell’Europa di qualche tempo fa, i social come Facebook, Youtube, Twitter, Instagram e G+, abbiano provveduto a monitorare maggiormente i post degli utenti e che provvedano a cancellare il 70% in più, rispetto agli scorsi anni, i messaggi che incitano all’odio o che comunque si configurano come violenti e razzisti. Forse. Io però, che queste piattaforme frequento molto anche per lavoro, noto sì meno post definibili di odio, in partenza. Ma se poi si leggono i commenti che ne seguono c’è sempre da rabbrividire per l’ignoranza, il qualunquismo, l’odio e la violenza verbale che emanano. E non solo su pagine che trattano di politica o di sport: ormai anche su gruppi che dovrebbero solo discutere di hobby o passioni che accomunano – o dovrebbero accomunare –  gli iscritti. Ma quello che maggiormente mi fa riflettere è che da qualche tempo questa rabbia la sento anche nella vita di tutti i giorni, nei rapporti tra le persone. Mi è capitato di assistere a litigi in luoghi pubblici dove i protagonisti hanno utilizzato un linguaggio che fino a pochi anni fa non era assolutamente pensabile tra persone civili. Il mio timore è quindi che questa estrema libertà di espressione che, chissà perché, è diventata “normale” sul web, si stia anche trasferendo nei, sempre più rari, rapporti umani reali. C’è un’intolleranza ed un egoismo palese che un tempo magari esisteva ugualmente ma che, almeno, ci si vergognava ad esporre. Insomma: ci si manda tranquillamente affanculo in mezzo alla strada, al bar, al ristorante, sull’autobus, da un’automobile all’altra, in riunione, in ufficio… A me non è ancora capitato di trascendere fino a questi punti, per fortuna. E neppure di subire certi attacchi verbali. In questo caso non so come potrei reagire ma spero comunque di conservare il mio aplomb senza scendere quindi al livello del mio interlocutore. Tornando ai commenti sul web, quelli su questo blog sono moderati, quindi ovviamente non saranno mai pubblicati quelli di eventuali haters

Il Tide Pod Challenge

Davvero si leggono cose inaudite. Pare che l’ultima moda dilagante in USA ma che, naturalmente, sta conquistando anche altri paesi occidentali, sia quella di filmarsi mentre si ingeriscono capsule di detersivo per lavatrice. Questa pratica ha già un nome, Tide Pod Challenge, e se qualche tempo fa l’Ice Bucket Challenge almeno doveva servire a promuovere la conoscenza di una malattia e non aveva altre conseguenze se non magari un bel raffreddore visto che ci si buttava addosso del ghiaccio, questa, che viene spacciata per una prova di coraggio, ha già provocato intossicazioni ed anche qualche vittima. Come minimo l’ingestione delle capsule può provocare vomito, diarrea, difficoltà respiratorie, svenimenti, ma le conseguenze possono essere molto peggiori spiegano gli esperti. YouTube e Facebook hanno già annunciato che rimuoveranno i filmati che mostrano queste azioni cretine. Il fenomeno pare sia iniziato dopo un video  di una trasmissione televisiva americana in cui si vedeva uno studente che tentava di mangiare le coloratissime e “appetitose” capsule di detersivo, ma mai gli autori si sarebbero aspettati la nascita di questo fenomeno assurdo. Rob Gronkowski, stella della squadra di football americano New England Patriots, ha registrato un video per convincere i giovani a desistere da questo challange (lo vedete più sotto). Ma è possibile arrivare a questi punti? Forse davvero ormai ci meritiamo l’estinzione.