Povero Spelacchio…

L’albero di Natale predisposto dal Comune di Roma in Piazza Venezia ha immediatamente provocato innumerevoli battute di spirito dei romani che lo hanno battezzato “Spelacchio”. Su di “lui” ne hanno già dette e scritte di tutti i colori, con la consueta ironia che contraddistingue i suoi concittadini. “Lista delle poche cose al mondo più tristi e miserabili del povero Spelacchio ora che si è messo anche le palle de lamiera: la cambiale, il dente del giudizio, la Fiat Duna, la colica renale, Virginia Raggi, la sciatica, la metro B, l’unghia incarnita, il consigliere Paolo Ferrara”. Sui social è tutto un fiorire di battute e di confronti con l’albero di piazza Duomo a Milano, denominato invece dalla ditta che si è occupata della sua installazione “Vittorio” e decisamente più folto, più rigoglioso. Le polemiche naturalmente non si placano e sono un’occasione per dire che l’albero rispecchia il degrado della capitale d’Italia e “buttarla” subito in politica dando la colpa alla Raggi. L’albero, acceso alle 18 dalla sindaca -scrive Dagospia -, non ha riconquistato consensi nemmeno una volta illuminato. “Brutto rimane, andate a vedere quello di Milano”, scrive Elle Antonella su Facebook. “Albero è parola grossa”, commenta Angelo Provera. “E quasi più brutto di quello dello scorso anno”, dice Francesco Gas. Francesco JJ Benvenuto, invece, la chiude così: “Rega’, l’anno prossimo famo er presepe”. Qualcuno scrive che non dà neppure l’impressione della festa. A me non sembra, soprattutto illuminato non mi pare così brutto: Spelacchio mi fa tenerezza.  E poi ha la fortuna di essere a Roma, la città più bella del mondo e anche, comunque, di far parlare la gente. A Milano siamo tutti sempre incazzati e di corsa e l’albero, anche se fantasmagorico, forse neppure lo si nota.

Vaccino no, tallio sì

Oggi solo una rapida domanda per chi sa e vuole rispondere. Io di solito non mi interesso affatto di cronaca nera, ma poco fa mi è capitato di ascoltare in radio la vicenda del ragazzo di 27 anni che ha avvelenato i nonni paterni e tentato di avvelenare quelli materni facendo loro ingerire del tallio. La sostanza è stata prenotata via internet e ritirata direttamente in fabbrica senza problemi, nella stessa ditta con sede vicino a Padova, già fra l’altro tristemente nota alle cronache per aver venduto l’acido a quella che la stampa ha denominato come la “coppia dell’acido”. Ora la domanda che vorrei fare è questa: perché il mese scorso in farmacia non mi hanno venduto il vaccino antinfluenzale senza ricetta medica ed invece è possibile acquistare liberamente tallio e acido?

La grande bellezza

Ho assistito su Rai Uno alla diretta di “Andrea Chénier”, la “prima” della stagione 2017/20178 del Teatro alla Scala di Milano. Non sono un profondo appassionato e quindi tanto meno un esperto di lirica, non ho ancora letto recensioni e pareri illustri e non so quindi se questa messa in scena di Martone con la direzione orchestrale di Chailly è stata apprezzata, anche se gli applausi ottenuti in sala al termine della rappresentazione non lasciano dubbi sul successo di pubblico. Quello che voglio sottolineare è che una volta tanto la RAI ha tenuto fede alla sua mission di servizio pubblico con un’operazione che forse non avrà fatto registrare gli ascolti del Grande Fratello VIP (uno dei programmi più visti dell’anno, sapete?) o della Nazionale di calcio, ma una volta all’anno accontentare anche un altro tipo di pubblico, che paga lo stesso canone, credo sia doveroso. Ripeto che io non sono un esperto, ma visivamente davvero questo spettacolo è di una bellezza eccezionale. Un incanto di scene e costumi, di colori, di cura dei particolari. È un teatro che ci invidiano in tutto il mondo e di cui dobbiamo essere orgogliosi. Scalda il cuore sapere che pochi giorni fa una delle anteprime è stata gremita da 2000 giovani tra i 6 e i 30 anni che sono stati conquistati dalla musica e dalla messa in scena. Forse non tutto è ancora perduto quindi. Forse un po’ di speranza nel futuro possiamo conservarla.
L’umanità può vivere senza la scienza, può vivere senza pane, ma soltanto senza la bellezza non potrebbe più vivere, perché non ci sarebbe più niente da fare al mondo! … La scienza stessa non resisterebbe un minuto senza la bellezza.
(Fëdor Dostoevskij)

Il figlio tecnologico

Io mi considero già abbastanza “tecnologico”. Rispetto ad altre persone della mia età o anche più giovani sicuramente lo sono. Ma al confronto con i ragazzi fra i 25 e i 30 anni non c’è davvero gara. Lo vedo con mio figlio. Io magari arrivo a fare le stesse cose, ma in molto più tempo e con molta più fatica. Lui invece non ha alcuna difficoltà ad affrontare qualunque configurazione del computer o dello smartphone. Inoltre ogni tanto ci propone innovazioni per la casa da cui io sono affascinato e che invece fanno orrore a mia moglie (che neppure ha e proprio non vuole avere uno smartphone perché “il telefono mi serve solo per telefonare e basta”). Nonostante questo il “millennial” è riuscito ad installare in casa alcuni “Dash Button” di Amazon; se non sapete di cosa si tratta siete un po’ “superati” pure voi: si tratta di piccoli dispositivi a cui viene abbinato un prodotto di consumo (detersivo per lavatrici, per i piatti, fazzoletti di carta) e che devono essere connessi in wi-fi a internet (vedi foto sopra). Quando la “massaia” (per citare un termine caro a Mike Bongiorno” vede che tale prodotto si sta per esaurire deve solo pigiare il pulsante e in meno di 24 ore una fornitura le sarà consegnata a casa (il pagamento avviene naturalmente con la carta di credito preventivamente registrata). In effetti è un servizio di estrema comodità. La moglie refrattaria al progresso, però, raramente li ha utilizzati sostenendo che lei preferisce controllare le offerte al supermercato tradizionale.  Altre piccole innovazioni di questo genere, comunque, sono riuscite a fare il loro ingresso in casa, ma l’altra sera non c’è stato nulla da fare per le lampade a comando vocale. Il ragazzo voleva installarci in camera da letto due lampade che avrebbero potuto essere accese e spente, nonché cambiare colore o intensità, utilizzando Siri (sistema intelligente di comando vocale) dall’iPhone o iPad. Io trovavo la cosa esaltante, soprattutto per la possibilità infinita di fare scherzi da remoto. La donna di casa però ha posto un veto assoluto, come solo le donne sanno fare minacciando ritorsioni. Apostrofata come “antiquata” è stata comunque irremovibile. Peccato. Le “lampade intelligenti” sono state ritirate.

Balthus: il suo quadro promuove la pedofilia?

Adesso mi pare veramente che si stia esagerando. Io, come è noto, amo l’America e gli americani, ma veramente sono esagerati in tutto. Io ho trovato davvero eccessivo e fuori luogo che stiano nuovamente girando le scene del film Tutti i soldi del mondo per sostituire con Christopher Plummer l’attore Kevin Spacey travolto dallo scandalo sessuale e già “fatto fuori” dalla serie tv House of Cards per lo stesso motivo. Ma che adesso questa furia bacchettona debba abbattersi anche sui dipinti, beh mi sembra davvero ridicolo. Eppure negli States sono state già raccolte più di ottomila firme per chiedere che il Museo Metropolitan di New York ritiri  dall’esposizione il dipinto di Balthus Thérèse dreaming  (nella foto sopra) perché, secondo i promotori della petizione, “promuove la pedofilia”. “Considerato l’attuale clima intorno alle molestie sessuali e alle accuse pubbliche che aumentano di giorno in giorno – affermano i promotori -, mettendo in mostra questo dipinto, il Met sta nobilitando il voyeurismo e la riduzione dei bambini a oggetti». Secondo me ormai stiamo veramente arrivando a un punto di non ritorno. Mi auguro che il Met resista e non ceda a queste richieste assurde ed in effetti ha già fatto sapere di non avere intenzione di rimuovere il quadro poiché “appartiene alla storia della pittura europea» e tra i compiti del museo c’è quello di «raccogliere, studiare, preservare e presentare” le opere di ogni epoca e cultura. Speriamo che il dipinto non sia preso di mira da qualche squilibrato.

Alla cassa del supermercato

Io vado spesso a fare la spesa al supermercato. Mi piace. Mi rilassa. Da solo però, per poter aggiungere alla lista quello che voglio senza “discussioni”. A volte però arrivato alla cassa tutto il relax svanisce per il comportamento della persona davanti a me. Ci sono varie tipologie di clienti che io vorrei bandire da tutti i supermercati del regno o che spero almeno vengano colpiti dal famoso meteorite della pubblicità.
Gli Speaker: parlano tutto il tempo con il cassiere dei più svariati argomenti senza riporre nelle borse gli acquisti. Iniziano a farlo quando il conto è terminato ma non pagano subito. Prima imbustano il tutto impedendo all’addetto di proseguire con il cliente successivo. Boom: meteorite!
I Carramba che Sorpresa: trovano alla cassa un amico che non vedevano da tempo e gli raccontano 25 anni di vita senza preparare gli acquisti sul nastro. Quando iniziano si accorgono di aver dimenticato un prodotto essenziale e chiedono di aspettare “un attimino”. Poi il cassiere si accorge anche che i mandarini non sono stati pesati. Boom: meteorite!
I no-cart: quelli che, chissà perché, sono contrari all’uso del carrello e mettono gli acquisti in una loro borsa. Sono i più subdoli perché credi abbiano poche cose da pagare ed invece in quella borsa riescono a far stare, non si sa come, quasi quanto in un carrello, ma impiegano molto più tempo a trasferire il tutto sul nastro ed un’eternità a riporre nuovamente i prodotti. Ed ovviamente, come gli speaker, prima di pagare devono aver finito di imbustare il tutto. Boom: meteorite!
I perfezionisti: nelle borse deve regnare ordine sovrano, quindi gli acquisti vengo riposti, con calma, per tipologia. La borsa degli alimenti freschi, la borsa degli alimenti non da frigorifero, la borsa dei detersivi, ecc. Anche i perfezionisti ovviamente non pagano prima di aver sistemato il tutto. Poi pagano generalmente con il bancomat ed infine, prima di spostarsi, controllano un po’ il conto e chiedono anche qualche spiegazione. Boom: meteorite!
I non-mi-si-frega: forse ancora più infidi dei no-cart, li vedi alla cassa con pochissimi articoli e quindi ti metti tranquillo in coda dietro di loro. Loro controllano uno ad uno i prezzi sul display e immancabilmente su almeno uno hanno da ridire: “Guardi che sullo scaffale quella salsa di pomodoro era indicata a 2.40 non a 2.50”. Inutile che il cassiere risponda che non dipende da lui. Il non-mi-si-frega pretende un controllo, che ovviamente non può essere negato. Constatato, dopo un bel po’ di tempo e blocco della coda alla cassa, di essere lui ad aver letto male, decide di non comprare la salsa perché in un altro supermercato è sicuro di averla vista a 2.40. Boom: meteorite!
Per ora mi fermo qui, ma le tipologie non sono ancora finite. Ho dichiarato di essere un vecchio brontolone, no?

 

Teatro Lirico: tutto sbagliato, tutto da rifare

E così per il mitico Teatro Lirico di Milano, per poter tornare ad essere spettatori in quello spazio, dovremo ancora aspettare. Ho ricordi degli spettacoli che maggiormente hanno segnato la mia passione per il teatro che sono legati al Lirico di Milano: le grandi produzioni del Piccolo con la regia di Strehler come “La Tempesta”, “L’anima buona di Sezuan”, “I Giganti della Montagna”, “L’opera da tre soldi” sono davvero esperienze che non si dimenticano. Ma poi anche “Ciao, Rudy!” di Garinei e Giovannini nella seconda edizione con interprete Alberto Lionello. Fino, in tempi più recenti ma non troppo, al tour italiano di una compagnia di Broadway per il musical “Ain’t Misbehavin’”. Attendevo quindi con grande emozione di poter tornare ad assistere a importanti spettacoli in quello storico spazio, ma è notizia dell’altro giorno che purtroppo bisognerà aspettare ancora un po’. La gestione del Lirico, che è di proprietà comunale, era stata affidata tramite gara d’appalto ad un operatore ma ora pare sia tutto da rifare per vizi di procedura. Insomma una situazione del tutto italiana dove per una notizia come questa gioiscono avversari politici e si preoccupano i partiti di governo ma solo per il timore di perdere consensi: nessuna delle due parti è interessata veramente a restituire alla città un importante spazio culturale. E gli operatori teatrali italiani sono sempre pronti a farsi la guerra tra loro, e forse una “sana” competizione è anche normale, ma manca poi la volontà e la capacità di unirsi davvero tutti insieme per promuovere il settore, per favorire il business dello spettacolo, come avviene invece all’estero, in special modo negli Stati Uniti.

Un popolo che dimentica

Qual è il popolo che dimentica? Lo diceva già Trilussa, come ci ricorda il bravissimo attore Elio Germano nel video qui sotto che vi invito a vedere.  Gli italiani sono un popolo che dimentica.  Dimentichiamo velocemente un po’ tutto: i nostri miti, le nostre paure, i nostri errori. Dimentichiamo chi siamo stati, da dove arriviamo, le nostre esperienze. . Il filmato che segue secondo me lo spiega benissimo a chi vuol capire, senza bisogno di aggiungere altro. Guardatelo: dura solo poco più di 3 minuti.

Odio i messaggi vocali

Voi usate i messaggi vocali? Vi piacciono? Sapete che secondo le statistiche, solo su WhatsApp, ne vengono scambiati oltre 200 milioni al giorno? Io li odio, soprattutto se usati per lavoro, visto che già non tollero l’uso di WhatsApp al di fuori delle amicizie. Forse è una questione d’età, ma proprio mi danno fastidio.   In primo luogo perché non porto auricolari e quindi se sono in pubblico non mi va di farli ascoltare a tutti. Ma non è solo questo. Utilizzare un messaggio vocale anziché scritto mi fa pensare che la persona che me lo manda ha ritenuto che io non fossi degno di fargli perdere quei 2 minuti in più per scrivere (e magari meditare meglio) quello che doveva comunicarmi. E poi mi sembra che in questo modo si voglia evitare il dialogo. Qualcuno dirà che i messaggi non costano, telefonare sì:  adesso però si può telefonare anche con WhatsApp o Messenger a costo zero ed in ottima qualità audio. Se si vuole essere più discreti e si pensa che la telefonata possa disturbare il messaggio scritto è sicuramente più elegante e riservato. Io poi sono per una comunicazione rapida, veloce, essenziale e spesso invece ricevo messaggi vocali lunghi, noiosi e ridondanti che non si possono neppure scorrere velocemente, cosa che invece si potrebbe fare con uno scritto ugualmente prolisso. Vabbè dai sì, datemi pure del vecchio brontolone… lo sono del resto.

Viva i titolisti

Una delle cose che mi diverte moltissimo è leggere i titoli degli articoli, soprattutto sui giornali locali, ma non solo. E non parlo ovviamente di quelli creati ad arte solo per catturare click, ma di quelli nati spontaneamente, probabilmente da qualcuno evidentemente privo di senso dell’umorismo. Non si può spiegare diversamente infatti un titolo, ad esempio, come “Cinese ucciso a coltellate: è giallo” oppure “Caccia alla pompa low cost” o  “Si è spento il giovane ustionato” o ancora “Muore prima del funerale”. Non sono invenzioni, ma titoli davvero apparsi su vari quotidiani.  Vi aggiungo anche “In cinquecento contro un albero, tutti morti”, “Scuola negata a due sorelle sorde. Inascoltato ogni appello” e il capolavoro: “Falegname impazzito, tira una sega a un passante” (e questa era sul “Corriere della Sera”, eh!).
Diversi anni fa il teatro per cui lavoravo, il Civico di Tortona, ospitava anche i concerti di un’associazione musicale, giustamente molto orgogliosa dei propri eventi. In particolare in quella stagione spiccava un prestigioso duetto di pianoforte e fagotto. Inviati i comunicati stampa, uno dei giornali locali intitolò “Come ti infagotto il pianoforte”. Sipario.