Balthus: il suo quadro promuove la pedofilia?

Adesso mi pare veramente che si stia esagerando. Io, come è noto, amo l’America e gli americani, ma veramente sono esagerati in tutto. Io ho trovato davvero eccessivo e fuori luogo che stiano nuovamente girando le scene del film Tutti i soldi del mondo per sostituire con Christopher Plummer l’attore Kevin Spacey travolto dallo scandalo sessuale e già “fatto fuori” dalla serie tv House of Cards per lo stesso motivo. Ma che adesso questa furia bacchettona debba abbattersi anche sui dipinti, beh mi sembra davvero ridicolo. Eppure negli States sono state già raccolte più di ottomila firme per chiedere che il Museo Metropolitan di New York ritiri  dall’esposizione il dipinto di Balthus Thérèse dreaming  (nella foto sopra) perché, secondo i promotori della petizione, “promuove la pedofilia”. “Considerato l’attuale clima intorno alle molestie sessuali e alle accuse pubbliche che aumentano di giorno in giorno – affermano i promotori -, mettendo in mostra questo dipinto, il Met sta nobilitando il voyeurismo e la riduzione dei bambini a oggetti». Secondo me ormai stiamo veramente arrivando a un punto di non ritorno. Mi auguro che il Met resista e non ceda a queste richieste assurde ed in effetti ha già fatto sapere di non avere intenzione di rimuovere il quadro poiché “appartiene alla storia della pittura europea» e tra i compiti del museo c’è quello di «raccogliere, studiare, preservare e presentare” le opere di ogni epoca e cultura. Speriamo che il dipinto non sia preso di mira da qualche squilibrato.

Alla cassa del supermercato

Io vado spesso a fare la spesa al supermercato. Mi piace. Mi rilassa. Da solo però, per poter aggiungere alla lista quello che voglio senza “discussioni”. A volte però arrivato alla cassa tutto il relax svanisce per il comportamento della persona davanti a me. Ci sono varie tipologie di clienti che io vorrei bandire da tutti i supermercati del regno o che spero almeno vengano colpiti dal famoso meteorite della pubblicità.
Gli Speaker: parlano tutto il tempo con il cassiere dei più svariati argomenti senza riporre nelle borse gli acquisti. Iniziano a farlo quando il conto è terminato ma non pagano subito. Prima imbustano il tutto impedendo all’addetto di proseguire con il cliente successivo. Boom: meteorite!
I Carramba che Sorpresa: trovano alla cassa un amico che non vedevano da tempo e gli raccontano 25 anni di vita senza preparare gli acquisti sul nastro. Quando iniziano si accorgono di aver dimenticato un prodotto essenziale e chiedono di aspettare “un attimino”. Poi il cassiere si accorge anche che i mandarini non sono stati pesati. Boom: meteorite!
I no-cart: quelli che, chissà perché, sono contrari all’uso del carrello e mettono gli acquisti in una loro borsa. Sono i più subdoli perché credi abbiano poche cose da pagare ed invece in quella borsa riescono a far stare, non si sa come, quasi quanto in un carrello, ma impiegano molto più tempo a trasferire il tutto sul nastro ed un’eternità a riporre nuovamente i prodotti. Ed ovviamente, come gli speaker, prima di pagare devono aver finito di imbustare il tutto. Boom: meteorite!
I perfezionisti: nelle borse deve regnare ordine sovrano, quindi gli acquisti vengo riposti, con calma, per tipologia. La borsa degli alimenti freschi, la borsa degli alimenti non da frigorifero, la borsa dei detersivi, ecc. Anche i perfezionisti ovviamente non pagano prima di aver sistemato il tutto. Poi pagano generalmente con il bancomat ed infine, prima di spostarsi, controllano un po’ il conto e chiedono anche qualche spiegazione. Boom: meteorite!
I non-mi-si-frega: forse ancora più infidi dei no-cart, li vedi alla cassa con pochissimi articoli e quindi ti metti tranquillo in coda dietro di loro. Loro controllano uno ad uno i prezzi sul display e immancabilmente su almeno uno hanno da ridire: “Guardi che sullo scaffale quella salsa di pomodoro era indicata a 2.40 non a 2.50”. Inutile che il cassiere risponda che non dipende da lui. Il non-mi-si-frega pretende un controllo, che ovviamente non può essere negato. Constatato, dopo un bel po’ di tempo e blocco della coda alla cassa, di essere lui ad aver letto male, decide di non comprare la salsa perché in un altro supermercato è sicuro di averla vista a 2.40. Boom: meteorite!
Per ora mi fermo qui, ma le tipologie non sono ancora finite. Ho dichiarato di essere un vecchio brontolone, no?

 

Teatro Lirico: tutto sbagliato, tutto da rifare

E così per il mitico Teatro Lirico di Milano, per poter tornare ad essere spettatori in quello spazio, dovremo ancora aspettare. Ho ricordi degli spettacoli che maggiormente hanno segnato la mia passione per il teatro che sono legati al Lirico di Milano: le grandi produzioni del Piccolo con la regia di Strehler come “La Tempesta”, “L’anima buona di Sezuan”, “I Giganti della Montagna”, “L’opera da tre soldi” sono davvero esperienze che non si dimenticano. Ma poi anche “Ciao, Rudy!” di Garinei e Giovannini nella seconda edizione con interprete Alberto Lionello. Fino, in tempi più recenti ma non troppo, al tour italiano di una compagnia di Broadway per il musical “Ain’t Misbehavin’”. Attendevo quindi con grande emozione di poter tornare ad assistere a importanti spettacoli in quello storico spazio, ma è notizia dell’altro giorno che purtroppo bisognerà aspettare ancora un po’. La gestione del Lirico, che è di proprietà comunale, era stata affidata tramite gara d’appalto ad un operatore ma ora pare sia tutto da rifare per vizi di procedura. Insomma una situazione del tutto italiana dove per una notizia come questa gioiscono avversari politici e si preoccupano i partiti di governo ma solo per il timore di perdere consensi: nessuna delle due parti è interessata veramente a restituire alla città un importante spazio culturale. E gli operatori teatrali italiani sono sempre pronti a farsi la guerra tra loro, e forse una “sana” competizione è anche normale, ma manca poi la volontà e la capacità di unirsi davvero tutti insieme per promuovere il settore, per favorire il business dello spettacolo, come avviene invece all’estero, in special modo negli Stati Uniti.

Un popolo che dimentica

Qual è il popolo che dimentica? Lo diceva già Trilussa, come ci ricorda il bravissimo attore Elio Germano nel video qui sotto che vi invito a vedere.  Gli italiani sono un popolo che dimentica.  Dimentichiamo velocemente un po’ tutto: i nostri miti, le nostre paure, i nostri errori. Dimentichiamo chi siamo stati, da dove arriviamo, le nostre esperienze. . Il filmato che segue secondo me lo spiega benissimo a chi vuol capire, senza bisogno di aggiungere altro. Guardatelo: dura solo poco più di 3 minuti.

Odio i messaggi vocali

Voi usate i messaggi vocali? Vi piacciono? Sapete che secondo le statistiche, solo su WhatsApp, ne vengono scambiati oltre 200 milioni al giorno? Io li odio, soprattutto se usati per lavoro, visto che già non tollero l’uso di WhatsApp al di fuori delle amicizie. Forse è una questione d’età, ma proprio mi danno fastidio.   In primo luogo perché non porto auricolari e quindi se sono in pubblico non mi va di farli ascoltare a tutti. Ma non è solo questo. Utilizzare un messaggio vocale anziché scritto mi fa pensare che la persona che me lo manda ha ritenuto che io non fossi degno di fargli perdere quei 2 minuti in più per scrivere (e magari meditare meglio) quello che doveva comunicarmi. E poi mi sembra che in questo modo si voglia evitare il dialogo. Qualcuno dirà che i messaggi non costano, telefonare sì:  adesso però si può telefonare anche con WhatsApp o Messenger a costo zero ed in ottima qualità audio. Se si vuole essere più discreti e si pensa che la telefonata possa disturbare il messaggio scritto è sicuramente più elegante e riservato. Io poi sono per una comunicazione rapida, veloce, essenziale e spesso invece ricevo messaggi vocali lunghi, noiosi e ridondanti che non si possono neppure scorrere velocemente, cosa che invece si potrebbe fare con uno scritto ugualmente prolisso. Vabbè dai sì, datemi pure del vecchio brontolone… lo sono del resto.

Viva i titolisti

Una delle cose che mi diverte moltissimo è leggere i titoli degli articoli, soprattutto sui giornali locali, ma non solo. E non parlo ovviamente di quelli creati ad arte solo per catturare click, ma di quelli nati spontaneamente, probabilmente da qualcuno evidentemente privo di senso dell’umorismo. Non si può spiegare diversamente infatti un titolo, ad esempio, come “Cinese ucciso a coltellate: è giallo” oppure “Caccia alla pompa low cost” o  “Si è spento il giovane ustionato” o ancora “Muore prima del funerale”. Non sono invenzioni, ma titoli davvero apparsi su vari quotidiani.  Vi aggiungo anche “In cinquecento contro un albero, tutti morti”, “Scuola negata a due sorelle sorde. Inascoltato ogni appello” e il capolavoro: “Falegname impazzito, tira una sega a un passante” (e questa era sul “Corriere della Sera”, eh!).
Diversi anni fa il teatro per cui lavoravo, il Civico di Tortona, ospitava anche i concerti di un’associazione musicale, giustamente molto orgogliosa dei propri eventi. In particolare in quella stagione spiccava un prestigioso duetto di pianoforte e fagotto. Inviati i comunicati stampa, uno dei giornali locali intitolò “Come ti infagotto il pianoforte”. Sipario.

Fa bene parlare con gli sconosciuti

Dagli USA arriva una notizia, pubblicata dal Corriere della Sera, secondo cui Attaccare bottone su un treno, o in una sala d’aspetto, con qualcuno che non conosciamo, e che presumibilmente non incontreremo mai più, è un atto benefico, un piccolo ma significativo espediente di igiene mentale… Oggi ce ne stiamo tutti zitti, imprigionati nelle cuffiette, oppure ammorbiamo chi ci sta vicino parlando con qualcuno che non è lì. Ormai sembriamo tutti quei nevrotici descritti da Freud in un geniale e profetico saggio del 1909, sempre chiusi nella loro testa a tessere un romanzo senza né capo né coda, che ci risarcisca delle ingiustizie (vere o presunte) della vita. Ed è così che stiamo sempre a contatto con tanta gente, fin troppa gente, ma non impariamo mai nulla. Mi riconosco in effetti. Non porto le cuffiette (ma non escludo di cominciare) ma non sono tra coloro che amano parlare nelle situazioni di cui sopra. Se sono con mia moglie delego a lei, che invece ha una vera specializzazione nel socializzare con chiunque, ma se sono da solo difficilmente proferisco parola di mia iniziativa. Però generalmente non sono infastidito se sono gli altri ad intavolare una conversazione. Anzi, sono nate anche delle amicizie perché qualcuno ha preso l’iniziativa di interpellarmi. Quindi, se mi incontrate su un treno (rarissimo) o in una sala d’aspetto (raro), non esitate a rivolgermi voi la parola. Grazie.

Il caracal

Non dovrebbe trattarsi di una fake news in quanto è stata pubblicata sulla pagina facebook ufficiale del Comune di Milano. Pare che nel capoluogo lombardo si aggiri al guinzaglio un caracal, felino selvatico che vive in Africa e Asia. È un animale pericoloso detto anche “lince del deserto”. Ora: cosa può spingere una persona a vivere con un animale di quel genere a Milano non è dato sapersi. Fatto sta che il Comune invita tutti a collaborare per cercare di trovare questa persona ed il suo animaletto da compagnia.
Certo che siamo proprio strani: magari quel cittadino o cittadina è un no-vax e poi si tiene in casa un felino pronto a sbranare la sua famiglia.
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Come si cambia

Oggi pensieri del tutto personali. Chi mi segue sui social sa che vado in palestra tutti i giorni, sette giorni su sette. È ormai una vera e propria fissazione direi, un rito quotidiano cui difficilmente rinuncio. E pensare che fino al settembre 2014, cioè fino a quasi 58 anni, non avevo mai fatto attività fisica, non mi piaceva fare ginnastica, neppure alle scuole medie, il solo pensiero di entrare in una palestra mi faceva orrore. Fare camminate? Non se ne parlava proprio. Poi, nell’agosto 2014 appunto, ho avuto un … “incidente di percorso” piuttosto grave, dovuto sicuramente al mio tenore di vita, al fatto che ero in forte sovrappeso, al fatto che per anni avevo fumato – e non poco – e vivevo una vita decisamente stressante. Sono stato fortunato perché ho avuto una “seconda occasione”. I medici mi hanno prescritto 30 minuti  di cyclette tre volte alla settimana e quindi ho iniziato appunto a frequentare la palestra. Poiché la tendenza ad essere sempre esagerato in tutto non si è comunque affievolita, alla cyclette ho iniziato ad affiancare il tapis roulant; successivamente altri esercizi…  e da tre volte alla settimana sono passato a cinque e poi a sette.
Ma in realtà racconto tutto questo per invitare chi si comporta come mi comportavo io prima dell’agosto 2014 a cambiare le proprie abitudini di vita senza aspettare un “incidente di percorso”. Lo so che si tende a mettere la testa sotto la sabbia, che non si presta ascolto a nessuno, che tutto deve partire da se stessi, ma io voglio provare lo stesso a mettere in guardia. Prima di tutto perché, come dicevo, io sono stato molto fortunato e non a tutti è concesso. E poi perché anche se il tutto si risolve bene, dopo un periodo con il timore (fortunatamente infondato) che nulla possa più essere come prima, una ferita non fisica resta; resta una sorta di lacerazione interna,  resta per molto tempo un senso di colpa latente per non aver saputo prevedere quanto è accaduto, per le preoccupazioni che si sono provocate a chi ci vuole bene e ci sta vicino. Tutto torna ad essere “come prima”, le giornate e il lavoro saranno “come prima”, ma tu, dentro,  non sarai mai più “come prima”. Insomma, anche se è nulla in confronto a tragedie davvero sconvolgenti che tante persone devono affrontare nel corso della vita, se si può evitare è decisamente meglio.  Non fate come me. Pensateci.
Come si cambia.

Canzone per una buonasera e una buonanotte

Come ho detto, da diversi anni ogni sera condivido su Facebook e su Twitter una “canzone della buonanotte” ed ora ogni tanto la pubblico pure qui. Questo è un brano che mi piace moltissimo, tratto un musical davvero “cult”. È la versione di “Do You Hear The People Sing?” del musical “Les Miserables” tratta dal celebre film del 2012 diretto da Tom Hooper ed interpretato da un cast stellare.