Le lettura di oggi – “Finalmente negativo”

Una cronaca dal Covid davvero toccante, ben scritta –  ed anche un po’ angosciante – che ho trovato su Facebook grazie alla mia amica Sara Maccari. E’ uno scritto di Walter Cavalieri, dalla Lombardia. (da un post di Paolo Michieli). Spero lo leggano soprattutto coloro che negano il Covid-19 (che mi auguro vivamente di non avere tra i miei amici, né reali né virtuali).

I PRIMI SINTOMI
“Il 3 novembre il tampone è negativo. Il 4 resto in isolamento tutto il giorno. Il 5 entro in ospedale, alle 7 del mattino, per un intervento alle vie urinarie programmato da tempo. La mattina del 6 mi dimettono. Nei giorni successivi resto in casa perché i postumi dell’operazione mi creano fastidi.
Nella notte tra giovedì 12 e venerdì 13 improvvisamente compare la febbre: 38°. Penso a una complicazione dell’intervento. Il mio medico di base, una dottoressa, mi dice di fare un tampone perché sospetta che mi sia contagiato in ospedale. Venerdì pomeriggio faccio il test rapido (55 euro) all’aeroporto di Linate: positivo. La combinazione tra presenza di anticorpi e sintomi non lascia speranze.
LA VITA IN ISOLAMENTO
Avviso il medico di base. Mi prescrive una cura che dovrò fare per 10 giorni e mi dà tutte le istruzioni per l’isolamento familiare: io e mia moglie dovremo usare stanza e bagni separati, tenere sempre distanza interpersonale e mascherina.
Mi chiudo nei 9 metri quadrati della ex cameretta di mia figlia, da cui esco solo per andare nel bagno adiacente. Ho sintomi lievi: un leggero mal di testa e qualche linea di febbre.
Il 14 mattina faccio il test molecolare (92 euro) all’ospedale di san Donato (il test rapido non ha valore diagnostico): positivo.
Viene comunicato all’ATS che io sono positivo a partire dal 14 novembre e che mia moglie ha avuto un contatto stretto con un positivo. È prescritto per entrambi l’isolamento: terminerà dopo 10 giorni con tampone negativo per me e dopo 14 giorni senza tampone per mia moglie, sempre che rimanga asintomatica.
Ecco, la malattia non colpisce solo il malato, ma anche il nucleo familiare. Abbiamo dimenticato il comportamento che si teneva sessant’anni fa, quando eravamo bambini, rispetto alla malattia infettiva: allora alcuni vaccini non esistevano, chi risultava infetto veniva separato dalla famiglia e ricoverato in quarantena all’ospedale di Dergano, le abitazioni sanificate e segnalate con un cartello.
Mia moglie cucina e mi lascia su un vassoio davanti alla porta i pasti, che consumo in camera; disinfetto poi tutto e porto le stoviglie in lavapiatti.
Già dal secondo giorno la febbre sparisce. Rimane un po’ di mal di gola.
Nei giorni successivi il decorso della malattia non presenta variazioni. Sono stanco, ma non ho più sintomi. Incomincio a pensare che ci stiamo avvicinando alla fine e mi preoccupo di capire come prenotare i tamponi con la ATS: al telefono non rispondono, i siti sono bloccati e non combino nulla.
CONTAGIO MIA FIGLIA E IL SUO COMPAGNO
La sera di venerdì 20 mia figlia e il suo compagno hanno la febbre. Il tampone che eseguono il giorno successivo certifica che hanno contratto il virus. Mia figlia è stata contagiata a casa nostra, dove ha passato due mezze giornate lavorando in smartworking. Io ho avuto pochissimi contatti con lei, sufficienti però a trasmetterle il virus nei giorni in cui non sapevo di essere portatore. La conferma del fatto che questa malattia non è individuale, ma coinvolge i nuclei familiari. Anche il bambino di un anno e mezzo esegue il tampone, che fortunatamente risulta negativo.
NON RIESCO A RESPIRARE, MI MANCA L’ARIA
Il 23 pomeriggio la stanchezza aumenta. Mi rendo conto che ho un po’ di affanno quando parlo, rinvio una call che avevo programmato. Durante la notte la saturazione scende: dai valori 98, 97 che aveva mantenuto nei giorni precedenti arriva a 95, 94, 93. Quando respiro l’aria non entra a sufficienza e inizio a tossire: una brutta sensazione, come di affogamento. La mattina avviso il medico di base, che mi chiede di eseguire immediatamente una lastra. Chiamiamo l’ambulanza, che arriva rapidamente, e mi porta al Pronto Soccorso dell’Istituto Clinico Città Studi, lo stesso ospedale in cui ero stato recentemente operato. La diagnosi non lascia dubbi: polmonite interstiziale bilaterale.
IL RICOVERO IN OSPEDALE: HO LA POLMONITE
Mi ricoverano immediatamente nel reparto Covid. È il 24 novembre, sono passati 11 giorni dai primi sintomi.
Mi attaccano subito l’ossigeno, prima con un erogatore a occhialini, poi con una maschera Venturi, e ulteriormente con la maschera reservoir. Il personale medico e sanitario è gentilissimo e molto accudente. Io sono preoccupato sia per me sia per la mia famiglia.
Il 25 mi dicono che le maschere non sono sufficienti ed è necessario farmi respirare con la CPAP. Mi preparo a usare il casco, che avevo già provato, per alcune ore, durante un precedente ricovero anni fa. Comunico che non potrò usare il telefono, ingrandisco i caratteri sul display per poterli vedere anche senza occhiali. Mi fanno indossare il casco, spiegandomi cosa fanno e come funziona. Sono assistito da due dottoresse e due infermiere.
Ho immediatamente la sensazione di respirare meglio! Purtroppo indossare il casco impedisce di andare in bagno e di mangiare, funzioni che vengono assolte in maniera assistita.
MI TRASFERISCONO IN TERAPIA INTENSIVA: SONO IN PERICOLO DI VITA
Il 26, dopo aver valutato i parametri, mi dicono che mi trasferiranno in terapia intensiva. So che sarò curato con una assistenza continua 24 ore su 24 e questo mi conforta, ma so anche che in terapia intensiva si va quando si è in pericolo di vita. Sono preoccupato per quello che potrà succedere, ma anche per gli altri miei familiari. Con la poca lucidità che mi resta, riesco a trasferire a mia moglie alcune informazioni riguardo alle password di accesso a vari siti e servizi intestati a me, e anche alcune indicazioni circa incombenze famigliari che sono in scadenza.
Mi trasferiscono in terapia intensiva con una barella, senza casco, con maschera e ossigeno erogato da una bombola. L’ossigeno sarà presente nella mia terapia per molti giorni e sarà l’ultimo supporto a lasciarmi.
Vengo preso in carico dal personale della terapia intensiva, mi viene rimesso il casco, viene raddoppiato l’accesso venoso che avevo già, mi collegano al monitor con gli elettrodi che rilevano il funzionamento cardiaco, aggiungono un accesso arterioso, da cui prelevano il sangue per l’analisi dell’emogas, collegato a uno strumento per il monitoraggio della pressione arteriosa in continuo. A tutti questi tubi si aggiungono il catetere vescicale, che mi procura i maggior fastidi, e il saturimetro.
VEDO LA MORTE IN FACCIA
Le terapie vengono somministrate attraverso gli accessi venosi o tramite finestrelle che si aprono sul casco. L’alimentazione è per via venosa.
La terapia intensiva è un ampio locale i cui letti sono collocati in una fila visibile dalla “cabina di regia”, un ambiente in cui si trovano medici e infermieri. Io vedo il mio vicino di letto, e in lontananza gli altri. Sono proprio di fronte alla cabina di regia e osservo il movimento del personale: terapie, interventi, cambio turno e, purtroppo, anche delle barelle spinte da infermieri vestiti di bianco che trasportano persone coperte da un lenzuolo bianco. Sono sempre tutti protetti con camici, maschere, visiere, cuffie, guanti, calzari perché questo è un ambiente “sporco” dove ci sono persone ammalate e ancora positive. Lavorano incessantemente: il carico di responsabilità, il coinvolgimento emotivo, i ritmi sono estenuanti.
L’AFFETTO PREZIOSO DI MEDICI E INFERMIERI
Conosco infermieri e medici, li vedo e so chi sono. Li conosco, ma non li riconosco. Sono tutti attenti a ogni mio gesto, al minimo segnale di disagio, a un bip del sistema di monitoraggio, a ogni bisogno. Con gli atti, le parole, i gesti mi confortano, mi infondono fiducia, mi sostengono con entusiasmo a ogni progresso, pronti a risolvere qualsiasi problema.
IL TEMPO SOSPESO
Dentro il casco mi sento in un tempo sospeso. Un tempo scandito dalla routine della vita ospedaliera: cambio turno, igiene personale, terapie, pranzo e cena per chi è senza casco e può consumarlo. Ho la fortuna di vedere un orologio a parete, che mi permette di essere sempre collocato nel tempo anche quando mi assopisco e improvvisamente mi sveglio.
Mi colpisce e incuriosisce la scelta del Primario che sottopone i pazienti in terapia intensiva ad agopuntura per aiutarli a mantenere il ciclo veglia/sonno. In un reparto ad alta intensità di lavoro, trovare il tempo per mettere gli aghi affinché i pazienti stiano meglio mi sembra un gesto, oltre che medico, di grande umanità e di grande attenzione verso il malato. Non farò in tempo a capire se funziona perché mi dimetteranno prima di poter apprezzare i risultati.
Sento che le forze e i muscoli non sono più in grado di sostenermi e provo a fare qualche esercizio con le gambe. Non è ancora il tempo, ora è il tempo di respirare.
IL SOSTEGNO DEGLI AMICI: NON SIAMO SOLI
Nel frattempo, a casa la situazione sembra rimanere costante: i ragazzi hanno avuto sintomi leggeri e si avviano alla guarigione; mia moglie non presenta sintomi, l’8 dicembre terminerà la sua quarantena. Una volta al giorno riceve la telefonata da un medico del reparto: pochi minuti, nei primi giorni fonte di enorme angoscia, poi pian piano più rassicuranti. Non può contare sulla presenza fisica di parenti e amici, o perché ammalati o perché le norme vigenti lo vietano. Ma è sostenuta da una fitta rete amicale, amorevole e sincera, sempre presente, che con telefonate e messaggi continuamente la sostiene e la incoraggia. In fondo, è bello pensare che questo coinvolgimento, questa partecipazione, siano il frutto di legami affettivi costruiti e radicati nel tempo, curati con passione, preziosi sempre ma soprattutto in questo frangente. La stessa rete sostiene anche me con frequenti messaggi a cui rispondo, quando riesco, con il linguaggio degli emoticon.
LA RESPIRAZIONE MIGLIORA
La terapia sembra funzionare e la respirazione migliora al punto che mi propongono di provare a togliere il casco: se da una parte ho qualche timore, dall’altra l’idea di affrancarsi dal respiratore mi attira e mi sembra un grande passo verso la guarigione. Alterno ora il casco a brevi periodi con la maschera, durante i quali riprendo a mangiare e inizio la fisioterapia. Prima tappa, sedersi sul letto: una conquista! Poi qualche esercizio di consolidamento dei muscoli delle gambe e tanti esercizi per la respirazione eseguiti con l’aiuto di una bottiglia piena d’acqua in cui soffiare e l’utilizzo del Pulmovol, un dispositivo per la riabilitazione respiratoria. La terapia, la fisioterapia, la ginnastica respiratoria sembrano dare risultati incoraggianti.
Anche se la terapia intensiva sembra un luogo fuori dal mondo, tuttavia vi accadono le cose del mondo: il mio vicino di letto diventa nonno, è il primo nipotino! La nascita del bambino è seguita con passione da tutto il personale e anche da me, che sono emozionato con lui.
Progressivamente riduco le ore con il casco e aumento quelle con la maschera.
IL RITORNO IN REPARTO E L’INTERVENTO DI PNEUMOTORACE
Il 4 dicembre mi comunicano che posso ritornare in reparto, dopo dieci giorni di terapia intensiva, un secolo.
Mi fanno una lastra e mi trasferiscono in una stanza in cui, per il momento, rimango solo.
Sono contento e stanco. Purtroppo, la lastra indica che il polmone di sinistra non si è disteso. Occorre intervenire posizionando un drenaggio con un intervento di pneumatorace. L’intervento viene eseguito la sera stessa da una chirurga molto gentile che mi spiega bene in che cosa consiste. È una complicanza abbastanza frequente che normalmente si risolve in qualche giorno. La notizia del collasso polmonare mi coglie impreparato, è un ulteriore ostacolo e mi scoraggio alquanto. Poi capisco, grazie anche alle informazioni che mi arrivano dalla rete degli amici, e riprendo animo. L’intervento in sé non è doloroso. È doloroso il decorso e soprattutto mi costringe a interrompere la fisioterapia e il recupero fisico. La permanenza in ospedale si allunga.
I CONTATTI E LE NOTIZIE DAL MONDO CON LO SMARTPHONE
In reparto ho comunque maggiore autonomia, maggiore facilità nell’uso dello smartphone con cui riprendo un po’ di contatti, leggo, ho notizie dal mondo esterno. Un problema che mi angoscia è l’alimentazione del cellulare: nei vari spostamenti si è persa la prolunga. Ora ho un accrocchio precario realizzato con una power bank. Per fortuna mia moglie riesce a farmi avere un cavo: è possibile far arrivare materiali ai degenti solo il martedì e il venerdì dalle 10 alle 12.
Il decorso procede bene: il polmone si distende e dopo qualche giorno mi tolgono il drenaggio. Perdo anche qualche accesso: quello arterioso che ormai si è ostruito e uno venoso.
Riprendo la fisioterapia e progressivamente mi viene ridotta la portata dell’ossigeno.
LA PRIMA EMOZIONANTE TELEFONATA CON MIA MOGLIE E MIA FIGLIA
Riesco finalmente a parlare con mia moglie e le mie figlie. È un momento particolarmente emozionante: devo interrompere la telefonata varie volte perché la voce si rompe per l’emozione. Il 10 dicembre eseguo un tampone: negativo.
Il virus non è più nel mio corpo. Sono sempre più ottimista. Ho perso molti chili e mi sento molto stanco, ma capisco che sono sulla via della guarigione. Ho ancora bisogno di essere assistito per l’igiene e per le funzioni fisiologiche.
“LEI DEVE TESTIMONIARE”
Durante uno di questi momenti, mentre due infermieri mi stanno accudendo, scorrono in televisione le notizie del comportamento pre natalizio degli italiani. Di fronte agli assembramenti e alla ressa per lo shopping si indignano insieme a me. “Ecco, la terza ondata servita a gennaio. Noi saremo ancora qui senza vedere i nostri figli per colpa di questa gente. Devono chiudere tutto … Lei deve testimoniare …”. Dicono che il Governo è debole e che si dovrebbe fare come a marzo. Come cambia il punto di vista e come non dargli ragione? Come non pensare a quello che rischiano lavorando onestamente?
IL RITORNO ALL’AUTONOMIA TRA TAMPONI NEGATIVI E POSITIVI
Il recupero procede. Divento sempre più autonomo, mi alzo dal letto, mangio seduto. Riesco a stare seduto su una sedia. Finalmente sono autonomo per quanto riguarda l’igiene personale, ma dipendo sempre dall’ossigeno e anche quando vado in bagno ho la bombola al seguito.
Il 14 dicembre mi trasferiscono in un’altra stanza del reparto dove non ci sono positivi. Qui ritrovo il mio vicino di letto della terapia intensiva, che ne era uscito qualche giorno prima di me. È una persona gradevole, ci intendiamo e chiacchieriamo a lungo. Io recupero ogni giorno di più ma … il 18 mi sottopongono a un altro tampone. Risultato: positivo.
Questa malattia sembra non finire mai. In realtà, dalla polmonite sono clinicamente guarito e ho ripreso autonomia, anche se sono ancora molto debole. Ho perso più di 10 chili di peso, concentrato quasi tutto nelle masse muscolari. Riprendo a camminare nella stanza, ma le gambe mi fanno male. In ogni caso tre giorni dopo mi dimettono, con la condizione di rimanere in isolamento a casa e la prenotazione di un tampone di controllo per il 29.
FINALMENTE TORNO A CASA DOPO 27 GIORNI D’OSPEDALE
Il 21 torno a casa in ambulanza e mi risistemo nei 9 metri quadrati da cui sono uscito quasi un mese fa. La carica virale è sicuramente diminuita di molto, ma mi raccomandano comunque di usare prudenza e precauzioni. Per quanto sfinito, non rinuncio alla doccia e alla cura dei capelli e della barba. Nel pomeriggio contribuisco a realizzare l’albero e le luci natalizie dando suggerimenti dal divano. Mi sembra di tornare alla normalità!
Riprendo gli esercizi di fisioterapia, ma non potendo uscire di casa cammino poco.
Passiamo il Natale in famiglia, con mascherina e a distanza di sicurezza.
Sempre in isolamento aspetto il 29. Faccio il tampone ma qualche cosa nel laboratorio non funziona e mi richiamano per eseguire un nuovo tampone il 30. Ci vuole pazienza. La malattia sembra non finire mai.
TAMPONE NEGATIVO, FINALMENTE!
Il 30 torno per eseguire l’ottavo tampone di questa storia. Il 31 ho l’esito: negativo. Finalmente!
È una malattia lunga e subdola. Io sono stato fortunato: ci sono persone che non superano la crisi respiratoria, o sono costrette a una degenza in ospedale molto lunga, c’è chi non ha potuto avere cure adeguate in terapia intensiva, o una CPAP tutta per sé.
Allo stato attuale non ci sono alternative: è fondamentale non entrare in contatto con il virus mantenendo comportamenti virtuosi, usando le mascherine, curando l’igiene personale ed evitando esposizioni non necessarie.
VACCINIAMOCI TUTTI
Si deve capire che il virus sfrutta la nostra mobilità per farsi trasportare e contagiare gli altri. È la sua strategia di sopravvivenza. Se rimane confinato all’interno di uno di noi le sue speranze riproduttive sono frustrate: o muore l’essere umano o muore lui, e così non si può trasmettere e riprodurre. Noi siamo i suoi vettori. Porremo fine a questa pandemia quando non ci saranno più persone da infettare. Obiettivo che possiamo ottenere ammalandoci tutti, e contando i morti, o vaccinandoci tutti. La seconda soluzione sembra essere di gran lunga la migliore affinché il Covid-19 sia eradicato, come è accaduto per la poliomielite e il vaiolo. Sino ad allora non ci resta che evitare il più possibile la malattia, per noi e per gli altri.
GRAZIE DI CUORE A CHI MI È STATO VICINO
Senza il lavoro strenuo dei medici, degli infermieri, di tutti gli operatori ospedalieri, che mi hanno curato nel fisico e assistito nello spirito con gli atti, i gesti e le parole di chi crede nella solidarietà; senza la vigile e scrupolosa attenzione con cui mi ha costantemente seguito la mia dottoressa di base; senza la rete di parenti e amici che hanno sostenuto costantemente me e la mia famiglia… sarebbe stato difficile superare questo periodo così complicato. A tutti un ringraziamento che non potrà mai essere grande a sufficienza.
Se in questo periodo essere negativi è un valore positivo, allora occorre augurare a tutti un 2021 in cui restare negativi.